Mesi fa con estremo rammarico ho dovuto “salutare” il gruppo di mamme del quale facevo parte. Eravamo mamme che si incontravano in una sede “protetta”, presso un consultorio, alla presenza di una psicologa e di una ostetrica.

Gli incontri erano (lo sono tuttora per loro) a cadenza settimanale e, nelle due ore che trascorrevamo insieme trattavamo i più svariati temi: dall’allattamento alle coliche, dallo svezzamento ai massaggi neonatali, dalle prime manovre di primo soccorso al corso di disostruzione vero e proprio. Simona ed Eleonora (le due professioniste che ci seguivano) venivano – poverette!! – ogni volta sommerse di “perché?”, di “come?” e “come faccio a?”.. e con pazienza, conoscenza e sempre con un sorriso accogliente e rassicurante stampato sul loro dolce viso rispondevano ad ogni tipo di quesito (se di loro competenza) fornendo il giusto supporto a noi mamme “allo sbando”. Eravamo tante mamme (e altrettanti bambini) sedute a gambe incrociate in cerchio e che, tra una poppata, una “spannolinata” e un “no, non prendere il ciuccio di Tizio o di Caio”, condividevano le loro esperienze, i loro dubbi, le loro paure. Tutto questo, udite, udite: gratuitamente (per noi mamme, ovviamente). Ebbene sì il Comune della mia città fa anche questo, pensa alle neo mamme anche creando per loro delle “reti di salvataggio” che possano fornire un sostegno materiale e psicologico.

Ho dovuto salutare queste bellissime persone perché ho ripreso a lavorare ma sono ancora felicemente in contatto con loro (i gruppi wtsapp sono belli anche per questo!).

Qualche giorno fa, cercando un documentario su Netflix mi sono imbattuta in un titolo che ha carpito subito la mia attenzione “Workin’ moms” e in copertina c’era una mamma che armeggiava con un tiralatte. Visto il mio interesse (soprattutto legale) per noi mamme lavoratrici, non potevo non guardarla anche per capire la “posizione” canadese relativamente alle mamme lavoratrici e, così, incuriosita, ho premuto “riproduci”. Nel giro di un paio di giorni – Carlo e lavoro permettendo – ho terminato di vedere la prima stagione (l’unica, per adesso, disponibile su Netflix Italia). Ecco a voi una breve recensione!

La serie si apre con alcune mamme sedute a terra in cerchio scalze, con i propri figli in braccio o stesi su dei tappetini e teli colorati davanti alle loro gambe incrociate e tutte chiacchierano tra di loro e con una ostetrica.

Quale modo migliore per iniziare una serie se non quella di rivederti e riconoscerti nello schermo? Ottimo inizio, mi sono detta!

Ecco le presentazioni! Abbiamo diverse mamme che dialogano tra di loro ma le vere protagoniste sono quattro: Kate Foster (interpretata da Catherine Reitman, nonché autrice della serie), Jenny Matthews (interpretata da Jessalyn Wanlim), Anne Carlson (interpretata da Dani Kind) e Frankie Coyne (interpretata da Juno Rinaldi). Terminato il congedo di maternità, quattro mamme di Toronto rientrano al lavoro, cercando di barcamenarsi tra figli, capi e amore. Sin da subito si capisce che la serie cerca di mostrare quanto possa essere difficile per una mamma – al giorno d’oggi – occuparsi al meglio del lavoro e della famiglia cercando di dare il massimo in ciascuno dei due ambiti. E, come si suol dire, tutto il mondo è paese e Cathrine Reitman vuole farci intendere che anche a Toronto le mamme si trovano ad affrontare una realtà non proprio semplice (anche se , da quanto trapela, se la passano sempre meglio di noi mamme targate ITA..): in ogni ambito ci sono problemi e imprevisti da affrontare e non sempre le persone che hai accanto sanno dare il giusto sostegno. Così queste quattro mamme cercano di affrontare il connubio maternità/ lavoro al meglio e, una volta a settimana, si riuniscono in gruppo per discutere tra di loro con il sostegno di una professionista.

Tutta la serie tv ha un obiettivo principale: raccontare le mamme e tutti i loro dissidi e le loro difficoltà con chiave assolutamente ironica. E non si preoccupa di turbare gli animi delle mamme “poco ironiche”, non si preoccupa di esagerare neanche quando Frankie, una delle protagoniste (che soffre di una lieve – o forse no – sindrome di depressione post partum) racconta alle altre mamme di come sogni che le accada un qualche incidente, non gravissimo tale da compromettere la sua vita ma in grado di portarla in uno stato di coma, tutto ciò “per prendersi qualche giorno di vacanza  di riposo”. È chiaro, tutti gli argomenti trattati sono portati all’estremo, all’esagerazione ma, a mio modesto avviso: funziona! Funziona perché se ne parla, funziona perché è possibile vedere sul piccolo schermo tutte le “paturnie” di noi mamme, tutte le frustrazioni che ci dilaniano, tutte le difficoltà che affrontiamo ma che spesso non confessiamo per non essere prese per (a) pazze, (b) esagerate, (c) ingrate e così via, chi più ne ha più ne metta.

Anche nel descrivere il rapporto delle mamme protagoniste con il loro lavoro, l’ideatrice della serie, Cathrine Reitman, non lascia nulla al caso.

Kate è una manager promettente che, prima della gravidanza, era quasi arrivata al vertice, ora, al suo rientro deve scontrarsi con un collega che in sua assenza stava per prendere il suo posto. Per questo motivo deve lottare su più piani: 1 con il collega per evitare che quest’ultimo le soffi i progetti e le promozioni che le spettano e 2 con il capo che ha permesso che si venisse a creare questa scomoda situazione; perciò dovrà trovare sempre nuovi modi per “convincere” quest’ultimo di essere la migliore e del fatto che l’essere madre non è da intendersi come un limite o un impedimento verso gli impegni lavorativi. Questa situazione è portata allo stremo fino a far sì che Kate si chieda se accettare o meno di svolgere un progetto lontano 500 km circa da casa (a Montreal).

Anne è una libera professionista, è una psicologa che esercita la sua attività professionale nel suo studio presso la sua abitazione. Da libera professionista è apparentemente senza vincoli e non deve scontrarsi con lotte di potere e di affermazione post maternità ma “non è tutto oro ciò che luccica”. Come tutti i liberi professionisti vale la regola ‘se lavori di meno guadagni di meno’ e per questa ragione Anne – che nel frattempo si accorge di essere incinta (inaspettatamente) del terzo figlio – decide di intensificare il suo lavoro – complice una difficile situazione economica che la famiglia sta fronteggiando – e di assistere più clienti a discapito della sua salute e di quella del bambino. Per questa ragione, dopo il verificarsi di una complicazione della gravidanza, e dopo averne discusso a lungo con il marito, i coniugi si trovano a dover prendere una decisione importante.

Frankie è un’agente immobiliare nel pieno di una sindrome depressiva post partum. È sua la riflessione che ho riportato sopra circa la voglia di ricercare uno stato comatoso per poter “sparire” e per poter “riposarsi”. Frankie vive un rientro al lavoro che apparentemente potrebbe sembrare senza troppi intoppi, di certo non viene ostacolata (complice anche il fatto che della bambina se ne occupi quasi integralmente la compagna) da capi o colleghi ma la sua sindrome depressiva non curata condiziona i suoi rapporti familiari e lavorativi nonché la sua lucidità nello svolgere i propri compiti (una cliente durante la visita di una casa, dopo aver per di vista Frankie la ritrova con la testa nella piscina e il corpo fuori disteso sul bordo: un altro disperato tentativo di offuscare i suoi sensi). Una volta condiviso con le amiche mamme il problema, Frankie decide di farsi aiutare da Anne e dopo altre vicissitudini “trova la sua strada”.

Ultima ma non per importanza ecco a voi Jenny. Jenny è una brillante impiegata in una azienda informatica. Rientra a lavoro suo malgrado (penso che se fosse stata in Italia avrebbe chiesto sicuramente una maternità facoltativa) per accontentare la richiesta di suo marito di restare (lui) a casa per poter portare avanti il suo progetto creativo al contempo facendo il papà full time. Se in Frankie la depressione post partum ha avuto determinati effetti, i “classici” li definirei, in Jenny (che invece viene sostenuta da parte della sua azienda fino a concederle una intera stanza per poter tirare il latte in totale privacy e a licenziare uno stagista perché l’aveva disturbata mentre lei era intenta a tirare il latte) iniziano a serpeggiare in lei altri comportamenti che la allontanano dal suo ruolo di madre e dalla famiglia, fino a farla allontanare anche da sé stessa.

Workin’ Moms si fa portavoce, quindi, di un’immagine ben lontana dalla madre perfetta per fare spazio alle madri goffe, insicure come lo sono la maggior parte di noi. Workin’ moms ci fornisce una lente di ingrandimento per capire quali sono i disagi che le madri devono affrontare per conciliare la vita lavorativa e la vita privata; i soprusi che devono affrontare sul lavoro nel momento in cui dalla nostra borsetta spunta una ecografia comprovante lo stato di gravidanza; la fatica di dover tirare il latte durante l’orario di lavoro; la tristezza di dover scoprire che, a causa dello stress, quel latte sta svanendo come acqua nel deserto o, al contrario, la volontà di andare controcorrente e di assecondare il proprio senso di disagio a tirare il latte con i colleghi al di là del muro e decidere di porre fine al tanto decantato allattamento naturale; lo smarrimento di chi non ha tutele a cui appigliarsi e, quindi, deve lavorare dal “giorno zero” per “far quadrare i conti”; la paura di dover affidare alle cure di un terzo (magari sconosciuto) il proprio bambino per tutta la giornata; l’immenso dispiacere nello scoprire quali enormi progressi il proprio bambino ha fatto davanti agli occhi di una persona che non sei tu.

Ecco Workin’ moms è tutto questo, è mettersi a nudo, interrogarsi e “sentirsi assolte”, è perdonarci ogni qualvolta non ci sentiamo all’altezza e provare a perdonare tutti coloro che ci remano contro e non ci sostengono nel poter vivere in maniera fisiologica la nostra maternità.

Chi l’ha detto che sia giusto rinunciare al proprio lavoro di sempre perché si è diventate mamme? Chi l’ha detto che bisogna per forza scendere a compromessi? Chi l’ha detto che sia giusto temere di non trovare il proprio “posto di lavoro” una volta rientrate dalla maternità o che bisogna lottare per poter evitare che il proprio ruolo venga svuotato di tutte le mansioni svolte fino a quel momento? Chi l’ha detto che per tirare il latte sia giusto chiudersi in bagno perché non ci sono stanze ad hoc dove avere un po’ di privacy? Chi l’ha detto che si debba allattare per forza anche se psicologicamente si è arrivate al limite? Chi l’ha detto che le mamme debbano sempre essere sorridenti, allegre, gioiose e non possano mai mostrare i segni della stanchezza perché “ma dai la gioia di avere tuo figlio ti ripaga di tutto”? Certo, è vero, ma noi vogliamo dirlo lo stesso che siamo stanche perché è la verità, fatevene una ragione! Chi l’ha detto che non ci si possa sentire “fuori posto” perché ci si ritrova in un corpo che si riconosce più?

Ecco, mamme, se vi siete riconosciute anche solo in una di queste domande, e se siete pronte ad osservare da vicino alcuni dei vostri dissidi interiori indossati da altre mamme (con – probabilmente – molti meno peli sulla lingua di voi), beh, che aspettate: concedetevi qualche minuto (ogni puntata è di una ventina di minuti circa) tra una pausa pranzo e un tragitto sui mezzi pubblici per tornare da casa a lavoro e godetevi lo spettacolo. Probabilmente vi ritroverete in parte, in tutte o in pochissime delle caratteristiche delle protagoniste ma l’intrattenimento vale la pena!

P.s. se vi considerate mamme perfette o infallibili questa serie non fa per voi o forse anche voi riuscirete a trovare il personaggio che vi rappresenta.. chi lo sa!

Alla prossima!

Oriana Santarcangelo
Oriana Santarcangelo

Riflessiva e chiacchierona cerco di approcciarmi alla vita con lo stupore e la gioia di un bambino. Partita da una terra lontana, sono approdata a Milano per gli studi universitari ed è lì che, poi, sono diventata avvocato. Galeotto fu il codice ed è in uno studio legale che ho conosciuto mio marito. Anche lui avvocato del lavoro. Diversamente da quanto si potrebbe credere, due avvocati possono vivere sotto lo stesso tetto in armonia ed è così che abbiamo deciso di crederci e di creare la nostra famiglia. Sono mamma di Carlo, classe 2018, immatricolato a giugno.

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