Ricordo perfettamente ogni singolo secondo della notte in cui è nato Carlo, ricordo la nausea, ricordo la paura, lo smarrimento, ricordo le luci al neon del letto dove ero ricoverata, ricordo i sorrisi dell’ostetrica Francesca, la sua voce calma e le sue mani che mi accarezzavano la mia.

Ricordo le testate che diedi al muro per cercare di spostare l’attenzione dal dolore, ricordo la canzone (“mai come ieri” di Mario Venuti e Carmen Consoli) che in loop mi ha fatto compagnia tra una contrazione e l’altra (ho sperato fino all’ultimo di essere ancora “in tempo” per l’epidurale ma, niente, l’ora prima ero di 4 cm, l’ora dopo ero di 8 cm), ricordo le urla provenienti dalle altre stanze, ricordo i due apparecchi per fare i tracciati che venivano lanciati dalle ostetriche di turno da una stanza all’altra per poter monitorare le contrazioni di tutte noi i quali figli avevano deciso che la notte tra il 4 e il 5 giugno era la notte giusta per venire al mondo, ricordo la paura di restare sola (mio marito era stato mandato a casa la sera prima perché convinti che “impossibile, non partorirà mai stanotte, vada tranquillo”), ricordo il sudore, ricordo gli squat che facevo, in piedi, tra una contrazione e l’altra, ricordo le parole di incoraggiamento di mio marito quando, una volta giunto di corsa, mi ha sorretto (nel vero senso della parola) e quelle dell’ostetrica Rossana che ha “preso al volo” Carlo quando ha deciso di fiondarsi (e non scherzo) nel mondo, ricordo la pazienza di Stefano, di Maria quando, dolorante mi hanno accompagnata nel post partum, ricordo la dolcezza di Ilaria, la mia vicina di letto, tutti i suoi insegnamenti da brava mamma del suo secondo figlio e le volte che ha cullato Carlo quando io cercavo di riprendere padronanza del mio corpo e di quello che “non funzionava” dopo un parto precipitoso, ricordo la tenacia di Paola nell’avermi saputo sapientemente iniziare all’allattamento, l’amore e la positività infinita di Antonia, l’ostetrica che ha guidato me e mio marito in tutto il percorso di consapevolezza verso la vita genitoriale, la professionalità della dottoressa Montesano.

Ricordo tutto ma, stranamente, non riesco a ricordare il dolore, non riesco a “sentire” il dolore che ho provato. Mi dicevano tuti che il dolore si dimentica dopo un po’. Ho sempre pensato fosse una delle più grandi sciocchezze mai dette e invece no. Ricordo cosa ho fatto a causa di quel dolore straziante e disumano ma non ricordo il dolore in sé. Tutto il bello che mi ha circondato si è fatto largo nel dolore e lo ha “spento”. Ho affidato la mia vita e la vita di mio figlio all’ospedale Macedonio Melloni e al suo team e me le hanno restituite arricchite di amore e fiducia. Da “straniera” nella città che da 10 anni mi ha adottato, mi sono sentita al sicuro.

Ma non va sempre così, ho sentito storie nelle quali il dolore che si prova durante questa ‘prova di vita e di sopravvivenza’ è l’ultimo dei problemi. Storie di donne alle quali, pur in presenza delle giuste condizioni, è stata negata l’epidurale durante il travaglio o, ancor peggio, durante interventi dolorosi, donne alle quali sono state effettuate palpazioni vaginali senza consenso, pressioni sul fondo dell’utero o donne alle quali è stato accelerato innaturalmente il processo (del tutto naturale e fisiologico) della dilatazione mediante l’utilizzo di mani, pugni (solo per “fretta”, non per necessità mediche), donne alle quali è stata praticata l’episiotomia senza nessun consenso, donne oggetto di accanimento e di violenza sotto raffiche di pugni e gomitate nella realizzazione della manovra di Kristeller (che ricordiamo essere vietata da trent’anni orsono dal Congresso mondiale delle Ostetriche) donne alle quali è stato negato il cesareo pur essendo a rischio la vita propria e quella del bambino. E poi c’è la violenza psicologica: insulti, improperi, offese, aggressioni verbali, frasi di scherno, umiliazioni.

La violenza ostetrica è, ormai, un dato certo, tristemente certo e non possiamo più evitare il problema, non possiamo più rimandare l’introduzione di una disciplina volta a tutelare le madri.

È recentissimo l’intervento dell’Unione Europea, capitanato dalla deputata francese Maryvonne Blondin, volto a contrastare questo fenomeno che è stato classificato come violenza sulle donne nel quadro normativo della Convenzione di Istanbul.

Difatti il Consiglio UE, durante la Sessione Autunnale 2019, presieduta dal Presidente francese Emmanuel Macron, ha chiesto agli Stati Membri di affrontare il problema della violenza ostetrica e ginecologica e di assicurarsi che l’assistenza alla nascita sia fornita nel rispetto dei diritti e della dignità umana e di prendere provvedimenti affinché venga garantita l’assistenza medica alle donne durante il parto nel pieno rispetto dei diritti e della dignità umana.

Fermo questo principio, il Consiglio UE ha adottato una Risoluzione (n.2306/2019) adottata il 3 ottobre 2019 che ha lo scopo di:

  • garantire il rispetto della dignità e dei diritti della donna durante tutta la fase delle consultazioni mediche, dei trattamenti e del parto;
  • promuovere campagne di informazione sui diritti dei pazienti e sulla prevenzione e la lotta contro il sessismo e la violenza contro le donne, compresa la violenza ginecologica e ostetrica;
  • garantire finanziamenti necessari alle strutture sanitarie per garantire condizione di lavoro dignitose ai professionisti e al personale sanitario (in modo da consentire loro di fornire una adeguata assistenza).
  • proporre meccanismi di segnalazione e denuncia specifici e accessibili per le vittime di violenza ginecologica e ostetrica, all’interno e all’esterno degli ospedali, anche con difensori civici (per chi non lo sapesse, il difensore civico sono figura di garanzia a tutela del cittadino, che ha il compito di accogliere i reclami non accolti in prima istanza dall’ufficio reclami del soggetto che eroga un servizio);
  • prevedere un meccanismo di denuncia per la violenza ginecologica e ostetrica escludendo qualsiasi mediazione;
  • prevedere sanzioni, laddove non fossero già previste, contro gli operatori sanitari qualora venisse comprovata la realizzazione di tale tipo di violenza;

L’Assemblea, inoltre, tra i vari adempimenti ha invitato gli Stati Membri e i Ministeri della Salute a produrre dati sulla violenza ostetrica e ginecologica, a renderli pubblici e a promuovere l’assistenza rispettosa alla maternità, così come proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Tra i vari partecipanti all’Assemblea, è intervenuta anche la senatrice Maria Rizzotti, Membro della Delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa, la quale afferma che “in Italia già nel 1972 alcune associazioni femminili promossero la campagna Basta tacere a cui parteciparono decine di migliaia di donne; nell’aprile del 2016 quella campagna è stata rilanciata col sostegno di decine di associazioni. Da questa recente campagna è nato l’Osservatorio sulla violenza ostetrica (OVOItalia) con la finalità di raccogliere dati e storie, e di rendere visibile un fenomeno poco conosciuto e riconosciuto dalle donne stesse. Su commissione dell’Osservatorio, è stata condotta l’indagine nazionale DoxaLe donne e il parto’ che ha ottenuto la possibilità di raccogliere dati molto significativi“.

Questa Risoluzione prevede, quindi, un vero e proprio obbligo giuridico in capo a tutti gli Stati Membri di adottare provvedimenti e di garantire la protezione alle donne partorienti da qualsiasi forma di maltrattamento fisico o verbale durante il periodo di gestazione e durante il parto.

Ora, si tratterà solo di aspettare e di sperare che l’Italia si adegui in fretta a quanto stabilito dalla UE.

Come in ogni situazione, ognuno ha le “proprie ragioni”, probabilmente chiunque si trovasse a parlare con il personale sanitario sentirebbe racconti di partorienti ingestibili. È vero, alcuni pazienti sono davvero difficili da gestire, soprattutto per medici, infermieri, ostetriche e oss ospedalieri che, spesso, sono sottostaffati o che devono sopperire a continue assenze di colleghi con poche, alle volte pochissime risorse. Ecco, non è difficile immaginare quanto i loro nervi arrivino facilmente a fior di pelle.

Spesso mi trovo a chiacchierare dell’argomento con una mia carissima amica anestesista che, quotidianamente, si preoccupa di somministrare la dose di epidurale alle partorienti. Spesso mi confida di quanto possa essere stancante e – diciamocelo – alle volte snervante l’atteggiamento di alcuni pazienti pretenziosi, alle volte addirittura aggressivi. Ma tutto ciò non le fa mai dimenticare il bene primario che deve tutelare: ovverossia l’assistenza alle sue pazienti a tutela della loro salute. La mia amica ha fatto della sensibilizzazione alla somministrazione dell’epidurale una vera e propria battaglia di vita (ah, amiche, proprio lei mi ha detto che le linee guida prevedono che si possa somministrare l’epidurale quando la donna partoriente ne fa richiesta, non c’è nessun tipo di “minimo di dilatazione” da dover aspettare come spesso ci viene detto)!

Ogni professione ha più o meno alti livelli di stress ma penso che concorderemo tutti nel riconoscere che quelli del personale medico e sanitario siano più livelli alti della media, questo però non deve concedere il diritto a quest’ultimo di bypassare quello che è il rispetto dell’essere umano fino, addirittura, a “violentarlo”.

Perciò, in attesa che il nostro Legislatore adotti un provvedimento normativo a tutela dei diritti e della dignità delle partorienti, stiamo tutte in campana perché tutto quello che viene raccontato, tutto quello che accade nel buio della sala parto, alle volte, non è normale, è una violazione e come tale deve essere trattata!

Alla prossima!

 

Oriana Santarcangelo
Oriana Santarcangelo

Riflessiva e chiacchierona cerco di approcciarmi alla vita con lo stupore e la gioia di un bambino. Partita da una terra lontana, sono approdata a Milano per gli studi universitari ed è lì che, poi, sono diventata avvocato. Galeotto fu il codice ed è in uno studio legale che ho conosciuto mio marito. Anche lui avvocato del lavoro. Diversamente da quanto si potrebbe credere, due avvocati possono vivere sotto lo stesso tetto in armonia ed è così che abbiamo deciso di crederci e di creare la nostra famiglia. Sono mamma di Carlo, classe 2018, immatricolato a giugno.

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