I primi anni di matrimonio eravamo soliti fare le vacanze tutti insieme, ma per tutti intendo tutti, e cioè con una quantità di figli e di amici che occupavamo la spiaggia intera. Per lavare le tazze della colazione ci volevano due ore. I trasbordi tra la spiaggia e i nostri rifugi erano accompagnati da pesanti carriaggi e salmerie, due parole delle tavole lessicali latine che non so nemmeno bene cosa significhino, ma rendono l’idea del volume e del tintinnio sommesso dei nostri ingombranti bagagli.

I bambini facevano uno squadrone che era impegnato in giochi e avventure da mattina a sera e solo prima di cena, al momento delle docce e del pigiama venivano ridistribuiti a ciascuna famiglia. Anche se, qualche volta, si mischiavano anche lì. Sono stati anni di giovinezza e vicinanza stretta che ha sostenuto l’inesperienza dei primi anni di matrimonio.

Quando abbiamo perso questa caleidoscopica abitudine e per la prima volta io e la mia famiglia abbiamo trascorso le vacanze in solitaria, ho avuto paura. Paura di non farcela a stare tutto quel tempo da soli, noi tutti. Paura della noia e delle richieste dei miei bambini, paura di sbagliare più di tutto.

Ricordo ancora che lessi un post in merito, anche se non ricordo neanche più bene di chi fosse, in cui si diceva di imparare a concedersi il lusso di stare. Di stare e basta. Di stare con i nostri amori, anche a fare niente. Di stare vicini e basta, di stare nel presente, come non si può fare quasi mai. Senza dover fare programmi o incastri. Lo ricordo ancora perché fu una vera scoperta, che da quella prima volta cambiò per sempre le nostre abitudini estive.

Sicuramente proprio quella circostanza mi ha insegnato molte cose, una di queste è provare a essere totalmente me stessa con i miei figli e quando è possibile a proporre loro non quello che mi sembra giusto fare, ma ciò che amo di più. È un bel impegno, perché mi costringe a non dimenticarmi di amare e di essere, intanto io e poi con loro.

È cominciata così la stagione delle gite in città, dei musei e dei pic- nic. Io nutro per i pic nic nutro una vera passione.

All’inizio dell’estate quando ho pensato di fare a Matilde a Pietro e a Maria un bel regalo per la fine della scuola, loro al solo sentire la parola regalo hanno squadernato una lista infinita di richieste e suggerimenti. Neanche ci fosse il Natale ad Agosto. Mi sono un pochino intristita perchè mi proponevano regali super commerciali e plasticoni. Allora ho rischiato e ho regalato loro un cestino da pic nic.

Con dentro tre giochi stupendi, che ho trovato da Flying Tiger.

A Pietro paroliere dalle grandi capacità affabulatorie uno scatolino rosso con sei dadi verdi con impresse varie figure, tra cui una mongolfiera, un sole, un cappello e una popò. Si chiama fantasiterninger storyteller dice, ovvero sei dadi per inventare storie. Stupendo. A Matilde intensa e silenziosa il Guess what! Pantomime and sound game, ovvero 54 carte quadrate plastificate e con una grafica stupenda per giocare ai mimi o con il corpo o con la voce. E infine per Maria, piccina e mammona il tic tac toe, un sacchettino di stoffa con un unicorno e un draghetto da un lato e uno schemino per giocare a tris dall’altro. Dentro le pedine sono di legno.

Sono tutti giochi per sviluppare le capacità comunicative, per stuzzicare la fantasia e l’ingegno. Sono giochi belli, che stanno bene dentro a un cestino da pic nic. Si possono portare in spiaggia sotto l’ombrellone o in montagna sopra il plaid. Aiutano a stare insieme e basta, anche la sera dopo cena.

Quale mio amore coltivano? Quello per i miei figli, che tra poco saranno grandi e che con gli occhi belli del loro papà non staranno più tanto tempo sotto l’ombrellone con noi, ma saranno, spero, a spasso per il mondo, a coltivare i loro amori, anche se magari molto lontano da mamma e papà.

 

 

Manuela Giuby
Manuela Giuby

Vengo da dove si giocava nei prati, e da dove crescevano i mughetti, bianchi, timidi e sognanti. Poi ho incontrato Lei: la città. La laboriosa, generosa, eclettica Milano. Ho studiato lettere e divorato la letteratura, ho indossato un naso da clown e ho sognato con il teatro, ho scoperto di avere un’anima caleidoscopica e vivace. Milano l’ho portata con me e sono tornata a vivere in un mondo piccolo, per amore! Per seguire un travolgente amore! Oggi insegno, cucino gluteenfree, amo pazzescamente la moda, la letteratura e la mia rumorosa famiglia. Ho quattro figli stupendi, tutti con gli occhi belli del loro meraviglioso papà. Manuela detta Giuby

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