Sveliamo il mistero: perchè fuori dall’Italia si fanno più figli?

22 Marzo 2019Oriana Santarcangelo

Chiacchieravo qualche giorno fa con la segretaria di uno studio medico, in attesa di prendere un nuovo appuntamento e, facendole la congratulazioni per il pancino che si intravedeva (attenzione, specifico, era una pancia chiaramente da gravida! Messaggio per il sociale: qualora vi venisse in mente di elargire auguri per deboli abbozi di pancia: astenetevi, avete il 50% delle possibilità di sbagliare ma il più delle volte si tratterà di una spiacevole – per colei che riceverà gli auguri non graditi – gaffe), mi ringrazia a mi dice che sta entrando nel sesto mese di gravidanza (appunto, era un “pancino” da sesto mese, non potevo sbagliare!). 

Dal momento che i miei occhi si erano magicamente trasformati in due cuori, ho dovuto spiegare che ho un bambino di nove mesi e che ogni volta che incrocio un pancione mi intenerisco. Mi ha chiesto la mia età e quando le ho risposto che ho 31 anni mi ha fatto i complimenti dandomi della mamma “super giovane”. Ora, considerato che avrei giurato che fosse una mia coetanea – chapeau – mi dice di avere 38 anni e mi confida che tutte le mamme del suo corso preparto sono suppergiù sue coetanee. Mi spiega (quasi come se si dovesse giustificare) che prima dei 38 per lei è stato impossibile pensare di “metter su famiglia”, la rincuoro, sdrammatizzo e torniamo a parlare di nomi, liste nascita, corsi preparto.

Una volta uscita dallo studio medico, però, mi ritorna in mente quella strana espressione della segretaria, quasi imbarazzata. Mi sono chiesta il perché di tutto quell’imbarazzo, se derivasse da un “problema” che la ragazza avesse con la sua età, se derivasse da suoi difficili trascorsi di vita (di svariato genere) che l’hanno portata a realizzare con ritardo i suoi sogni, insomma mi sono fatta mille domande e sono arrivata alla conclusione che qualunque fosse la sua motivazione, c’è un dato di fatto che, come da statistiche, l’età media in cui si diventa genitori, in italia, è alta.

Si diventa genitori tardi, qui, per mille motivi ma, secondo me, tra i tanti, non si può non considerare che troppo spesso sono proprio le dinamiche lavorative a disincentivare o a procrastinare la procreazione. Si rincorre il lavoro che alle volte arriva tardi, si rincorre la carriera e la sua progressione, si rincorrono i fatturati. Viviamo in una società nella quale se non lavori allora sei un perdente, se non metti il lavoro al primo posto, sei un fannullone; se non lavori tot ore, sei un perditempo, se chiedi un part-time, sei fuori perché per come è strutturato l’ufficio e il lavoro non può funzionare. È una amara verità ma è la verità. 

Tornata a casa scrivo ad una mia cara amica di infanzia che sento spesso soprattutto adesso che per me è una preziosa “dispensatrice” di utilissimi consigli per la crescita di Carlo – avendo lei due bellissime bimbe un pochino più grandi -. Penso a lei, che da tempo vive a Copenhagen, a come svolge la sua vita lì, a come è concepita la vita lì, a come si è mamme e papà lì: i racconti che, spesso, si leggono sugli articoli delle più disparate riviste sul tenore di vita dei paesi nord europei sono veri, lo stile di vita della mia amica ne è una prova. La chiamo, vado nel profondo e le chiedo di spiegarmi esattamente come funziona, come è concepita la maternità e la paternità in Danimarca. Poi ho pensato a voi e che avreste voluto sapere anche voi com’è lì, perché, spesso, avere una finestra sull’esterno (in questo caso “sull’estero”) può rendere più consapevoli. È proprio così che nasce questa intervista.

MdL: “Cara Francesca, dalla cittadina in cui sei nata ne hai fatta di strada, hai girato un po’ tutto il mondo ma, alla fine, il tuo cuore è stato rapito da un vichingo a Copenhagen.. a tal punto da fermarti lí e fare famiglia. Come ti senti da mamma al bivio tra l’Italia, il paese dove sei nata e cresciuta, e la Danimarca, la tua casa adottiva?”

F.: “È una domanda interessante che mi faccio tutti i giorni. Come tutti gli ‘expats, vivo la contraddizione dell’essere straniera nel paese che mi ospita, anche se ci vivo da più di dieci anni, ne parlo la lingua, ci lavoro e ci cresco due vichinghine, e diventare un po’ straniera nel mio paese d’origine, perché la mia italianità è stata contaminata dalle culture e dai paesi dove ho vissuto negli ultimi anni. Diventare mamma all’estero è un’esperienza importante che mette alla prova i valori ‘indigeni’ e la capacità di adattamento: faccio la mamma italiana o la mamma danese, col rischio in entrambi i casi di passare per eretica? O divento mamma in quanto Francesca, fondendo ciò che entrambe le culture e valori hanno di migliore e che trovo affine alla nostra famiglia, e rendendo la mia maternità comunque unica? Ho scelto la seconda opzione. Sono mamma danese perchè lascio che le mie vichinghine si rotolino tranquillamente nel fango, vadano all’asilo nel bosco, si arrampichino sugli alberi e vadano già su biciclette di varie dimensioni, ne coltivo l’indipendenza e il ‘faccio da me’ (che poi è un concetto Montessoriano ma in Italia viene ancora applicato poco, a mio avviso); e sono comunque e sempre mamma italiana, le cresco con buone regole e giusti ‘no’, la cannottiera si mette anche d’estate, a casa abbiamo il bidet, anche se selvagge sono sempre ben vestite e pettinate, si mangia ordinate-composte-a-tavola, si dice sempre buongiorno e la famiglia, quella grossa e grassa, viene prima di tutto. 

Quindi per rispondere alla tua domanda mi sento così, al bivio, ma in fondo molto completa nelle mie scelte e nel modo in cui cresciamo la nostra famiglia.” 

MdL: “Come mi hai raccontato, la vita a Copenhagen è tutta diversa, soprattutto dal punto di vista della maternità che viene garantita a tutto tondo. Procediamo per gradi: cosa prevede la legge a sostegno della gravidanza e maternità?”

F.: “Questa tua domanda mi mette tanta amarezza, perché mi sono resa conto di quanto sia difficile essere mamma oggi in Italia semplicemente confrontandomi con i diversi sistemi legali (italiano e danese). Innanzitutto qui in Danimarca la tutela della gravidanza è sacrosanta, si riconosce il ruolo sociale della donna come unico soggetto che possa sfornare futuri cittadini (cari uomini, non ve ne abbiate, ma il vostro contributo è biologicamente minimo rispetto all’impegno pluriannuale che la donna si prende) – senza il quale la crescita demografica stagna e il paese regredisce. E allo stesso tempo ne garantisce i diritti in quanto cittadina e lavoratrice per far sì che dopo la gravidanza e la maternità la donna torni ad essere parte del mercato del lavoro in modo attivo. Ricordiamoci che, dati alla mano, i paesi dove le donne sono parte attiva del mercato del lavoro, sono più stabili e prosperi (Link

Per esempio la donna non ha l’obbligo di dichiarare il suo stato interessante o eventuai intenzioni di fare famiglia o meno durante colloqui o al datore di lavoro, e le sanzioni nei casi di discriminazione sono severissime, sostenute dalla legge ma anche da sindacati che sono molto attivi nel sostegno delle loro tesserate (altra differenza con l’Italia, dove i sindacati ormai non sostengono le nuove professioni e i giovani, specie le mamme). Inoltre, soprattutto le aziende – ma anche il settore pubblico – capiscono che per attrarre talenti e motivarli, bisogna creare un posto di lavoro inclusivo ed eguale, e che la reputazione, il ‘brand’, cresce soprattutto attraverso la cultura aziendale. 

L’unico obbligo che l’ordinamento danese prevede per la donna è di notiziare il datore di lavoro della propria gravidanza almeno tre mesi prima della data prevista per la nascita ma, ovviamente, di solito, la buona notizia si condivide in serenità molto prima proprio perché non si temono licenziamenti o recriminazioni. Tutte le volte che è toccato a me l’ho fatto con gioia, sapendo che l’azienda aveva procedure standard per le dipendenti in gravidanza e linee guida formulate sulla base della legge in tema di congedo di maternità.” 

MdL: “Alcune volte, quando ascolto i tuoi racconti, mi sembra davvero che tu viva nella città di Utopia: ci spieghi concretamente in che senso è lo Stato ad assecondare la voglia di maternità?”

F.: “Come dico sempre quando devo spiegare la Danimarca a chi non ci vive, questo paese è ‘bambino-centrico’. Semplicemente tutto ruota intorno ai bambini e a favore della maternità e della famiglia. Le politiche in questo senso sono il cardine del ‘welfare state’ danese, dalla sanità alle scuole. 

Innanzitutto, la legge danese prevede la tutela della madre e delle famiglie durante la gravidanza, con specifiche tutele contro il licenziamento e varie altre tra cui agevolazioni nel caso di gravidanze difficili (per esempio il telelavoro, che è comunque la norma qui) e piccole accortezze quali rendere l’ambiente di lavoro adeguato al riposo durante il giorno. Mi sono fatta parecchi pisolini in ufficio dopo la pausa pranzo, con un divano a disposizione per le future mamme. Sembra una cosa da niente, ma se la gravidanza si tutela durante le 9 ore in ufficio, io posso fare il mio lavoro fino all’ottavo mese quando per legge vado in congedo obbligatorio.

Poi, ovviamente, il congedo: 4 settimane prima della data del parto e 14 settimane dopo il parto, entrambi i periodi obbligatori. I papà hanno due settimane obbligatorie dopo il parto – nel senso che se si presentano a lavoro, l’azienda rischia sanzioni dallo Stato, quindi è nell’interesse di tutti – ma soprattutto della famiglia – che il padre resti a casa, dia sostegno alla mamma. Robe fantascientifiche come cucinare, fare la spesa, farla riposare dopo un parto che potrebbe essere stato difficile, sostenerla durante i primi giorni dell’allattamento. Ricordiamoci che tutte le donne sono a rischio di depressione post-partum specie se l’inizio è complicato e rendere il padre partecipe alla sua creazione (ecco cosa ha creato il vostro contributo biologico, una pallina urlante e affamata!) tutela la madre, il bebè, e risparmia alla società i costi associati delle cure alla madre in caso di malattia o al bebè in caso di mancato allattamento. 

Poi ci sono 32 settimane di congedo in cui lo stato garantisce sostegno economico alla famiglia, che i genitori possono condividere o prendere individualmente. Di solito tutti i papà qui prendono 10-12 settimane che coincidono con il ritorno a lavoro della mamma e l’inserimento del bambino al nido. E ricordiamoci che, per legge, durante il periodo di congedo la madre viene tutelata da un eventuale licenziamento e quindi anche dopo un anno, si torna al proprio impiego con tranquillità. 

Poi ci sono gli asili, con garanzia di trovare un posto quando si ha bisogno di tornare a lavoro, sovvenzionati dallo stato. C’è il contributo finanziario alle famiglie per bambino (non 80 euro, ma molti di più e assegnati equamente in base al reddito) fino a quando i figli non compiono diciotto anni. C’è un sistema sanitario che, sebbene più vichingo e meno ipocondriaco del nostro, è completamente gratuito quindi la gravidanza, anche se complicata, come fu nel mio caso, è a costo zero così come far seguire i bambini durante la crescita.” 

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MdL: “Certo sembra che il sistema e lo Stato sostengano la maternità, ma che ci dici del ruolo della donna e della madre?”

F.: “Io comincerei dal ruolo dell’uomo e del padre. Le realtà scandinave sono tutte uscite dal movimento di emancipazione degli anni 70-80 con un sistema di leggi a tutela delle libertà della donna e della famiglia, ma anche con una percezione dei ruoli evoluta a favore della donna. Non è un caso che le donne siano la metà della forza lavoro, le pari opportunità non sono solo il nome di un ministero ma sono tradotte in pratica, nelle università, al governo, nelle aziende.

Gli uomini, ovviamente fatte le dovute eccezioni, vedono nella donna una pari, un eguale membro della società, dell’ambiente lavorativo e della famiglia – e le donne cazzutamente lottano per mantenere questa conquista (anche in modi cretini, per esempio la galanteria in Danimarca è morta perché le donne non accettano l’amor cortese. Qui io rimango italiana e lascio fare a mio marito il Petrarca con la sua Laura). E la vita è scandita intorno alla famiglia e ai suoi ruoli condivisi: per esempio si lavora (mamme e papà) fino alle 16-16:30 perché i bambini si prendono dall’asilo presto per essere a casa per le 17 e per stare insieme qualche ora prima della nanna. E non si discute, i genitori sono a casa per cena a orari consoni perché la famiglia si vive ogni giorno e non nei weekend. Ed è in questo senso che la cultura scandinava e danese è dedicata all’equilibrio non solo di genere ma proprio tra le varie fasi della giornata: si dorme 8 ore, si lavora 8 ore (e davvero sono 8) e ci si svaga altre 8. Quando la giornata è divisa così, il tempo a lavoro diventa molto produttivo e il tempo a casa è rilassato e partecipe.  

Tuttavia, ci tengo a precisare che non è tutto rose e fiori: la Danimarca soffre ancora comunque la mancanza di donne ai vertici specie nel privato, e ci vorranno decenni anche qui per raggiungere la parità al 100%. Eppure gli uomini, senza essere femministi baffuti, vedono come ovvia la parità di genere e le tutele alla donna e a sostegno della famiglia, e sono anche nel privato attivi nell’attuare questa parità. 

Ricordo che durante una delle prime visite mia madre, sanguigna donna del sud cresciuta in un meridione patriarcale in cui, credo, non abbia mai visto suo padre fare i servizi, rimase scioccata dal fatto che il mio compagno lavasse i piatti, si stirasse le camicie, fosse casalingo attivo e non ospite riverito nella casa che condividevamo. E, ora, nella famiglia che condividiamo, mio marito continua a lasciare le donne della mia famiglia scioccate quando cambia pannolini, sparecchia, addormenta le bimbe e mi lascia dormire il sabato mattina, si occupa delle figlie come me ne occupo io, rispetta i miei impegni lavorativi ma anche ricreativi, come io rispetto e onoro i suoi.

Credo questa sia la grande differenza e quello che ci rende una famiglia forte, dove entrambi lavoriamo e seguiamo le nostre ambizioni, ma dove siamo anche genitori presenti e compagni alla pari.”

Ringrazio tanto Francesca che ci ha permesso di dare uno sgurdo “più in sù” per capire che dobbiamo “tendere più in sù” nel senso che dovremmo darci uno scossone per capire che se non è la nostra società, per prima, a cambiare, soprattutto, il modo di pensare e di intendere la nostra esistenza e i nostri valori, difficilmente si riuscirà ad avere qualche miglioramento nella conduzione delle nostre vite

Al netto delle migliorie che possono essere apportate alle tutele che la legge garantisce, non sarà di certo una norma o una legge a regalarci e a donarci il tempo che ci viene tolto ma è la società che dovrebbe rallentare e capire che il tempo dà tempo. 

Alla prossima, amiche!

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