Sindacati e maternità: una chiacchierata con Patrizia Cannizzo di CISL.

7 Giugno 2019Oriana Santarcangelo

Mi ritengo una persona “pacifista” nel quotidiano. Non mi piace litigare, non mi piace neanche discutere, non mi piacciono i “bracci di ferro” futili: nel mio quotidiano, nella mi vita personale, dove posso “mettere una pezza” e quando posso soprassedere lo faccio per amore di pace (e lo faccio per limitare gli effetti negativi che situazioni di tensione psicologica ed emotiva hanno su di me). Vi starete chiedendo, forse, come mi sia venuto in mente di fare l’avvocato. 

Nell’immaginario comune, l’avvocato è quella figura che, armata di toga e codice combatte a ferro e fuoco nelle aule di tribunale. Sì, lo è ma non è solo quello. È propria della nostra professione anche la mediazione, la conciliazione. Ecco, spesso non si capisce che conciliare può significare vincere allo stesso modo, certo non è sempre possibile perché le situazioni giuridiche non lo consentono e perché, spesso, le situazioni sono a tal punto patologiche che le ragioni/pretese delle parti devono essere difese con la “lotta” ma, quando le circostanze lo consentono, cerco sempre di trovare “un punto di incontro”.

Questo, ad esempio, è quello che fanno i sindacati: difendere i diritti delle parti nel momento iniziale”, lottare con il dialogo per arrivare a mediare, conciliare con trattative per raggiungere obiettivi che possano essere duraturi e a vantaggio dei dipendenti, o ancora conciliare “alla fine” quando i rapporti tra le parti sono diventati “patologici” cercando accordi che possano trovare la soddisfazione di entrambe le parti dietro rinunce che le parti ritengono “accettabili”.

Per queste ragioni ho pensato che sarebbe stato interessante ascoltare il punto di vista di chi quotidianamente si impegna a cercare e a raggiungere dei piccoli o grandi traguardi a favore di coloro che hanno riposto la propria fiducia in una sigla sindacale. Ci tenevo a conoscere il punto di vista di una delle principali sigle sindacali italiane relativamente alla questione a noi cara: donne e maternità.  Per queste ragioni sono felice di condividere con voi il racconto, l’esperienza di Patrizia Cannizzo, referente della Cisl.

Mamma da Legale: Cara Patrizia, come hai avuto di leggere, con la pagina Mamma da Legale cerco di dare voce alle mamme che devono “difendere” la maternità dai soprusi e dalle difficoltà che incontrano sul lavoro. In generale, però, quello che riscontro, è che spesso sia la parola donna ad essere in contrasto con la parola lavoro. Invece, il sindacalismo italiano vede da qualche anno le donne al “vertice” (penso a Susanna Camusso, Annamaria Furlan); come si spiega questo dato in un Paese in cui viceversa le donne fanno fatica a raggiungere posti manageriali e di comando?

Patrizia: Cara Oriana, in realtà la tematica della maternità per il sindacato, per il nostro sindacato, la Cisl, è molto sentita perché ogni volta che andiamo a discutere a livello nazionale eventuali modifiche dei contratti, cerchiamo di difendere il più possibile la maternità e cerchiamo di fare “un passetto in avanti” nel campo delle tutele anche se ti confesso che è molto difficile perché siamo consapevoli di vivere in paese nel quale la maternità è “ancora indietro” a differenza, per esempio, della Germania della Francia della Svezia. Pensa che sono appena tornata da Barcellona e mi sono accorta che – per quanto spesso la Spagna venga definita simile al nostro Paese – persino lì la maternità viene tutelata diversamente e meglio.  Quindi per quanto, a livello generale, vi siano delle evidenti “resistenze” circa questo tema, noi cerchiamo sempre – laddove non si riesce con il contratto nazionale – a sensibilizzare “da vicino” le aziende sul tema, andando a “lavorare” a livello di contratto integrativo. Diciamo, però, che è con le aziende medio grandi che riusciamo ad intavolare concrete trattative per il miglioramento del welfare anche dal punto di vista del trattamento della maternità. Perché è vero che la donna, molto spesso, viene penalizzata sul lavoro perché è costretta a dimettersi perché non ci sono garanzie per poter, da una parte, lavorare e, dall’altra, crescere, dall’altra. Penso, però, sono sincera, che ci vorrà del tempo per poter assistere a dei concreti passi in avanti verso la donna e verso le madri anche perché è lo stesso governo italiano a non dare un sostegno adeguato. Considera che il 50% del lavoro in Italia è svolto da donne: a mio avviso non si può più ignorare questo dato perché è un numero molto importante. Pertanto, i governi, dall’interno, e l’Europa, dall’esterno, dovrebbero sostenere le donne, le mamme e le famiglie con delle politiche specifiche e ad hoc che non dovrebbero limitarsi ad erogare dei bonus “random” (come, secondo me, è stato fatto finora) ma dovrebbero concedere strumenti che, in concreto, andrebbero ad essere di aiuto alle donne/mamme: sto pensando alla possibilità di ottenere il part time (anche solo per un tempo limitato), alla possibilità di usufruire più agevolmente – economicamente e organizzativamente parlando rispetto a quanto non succeda oggi – di asili nido, di baby sitter. Si ha bisogno di politiche più concrete che sarebbero ben più utili rispetto alla concessione di qualche euro lordo al mese. Poi, a questo va aggiunto che sono spesso le donne a non capire e a non difendere le donne. Non sai quante volte mi è capitato di avere delle trattative con delle donne per la modifica di contratti e ho riscontrato, certo senza generalizzare, per carità, l’esistenza di una certa ostilità e di una chiusura da parte delle donne nei confronti delle donne concedere con difficoltà benefici e/o aiuti.

MdL: Quali potrebbero essere delle politiche di welfare idonee?

Patrizia: A mio avviso, in cima alla lista delle politiche da attuare per poter raggiungere un certo livello di welfare aziendale, soprattutto dal punto di vista delle donne, c’è il part time. Sono due semplici parole che risolverebbero tante problematiche. Pensa che, a conti fatti, la concessione di un part time non comporterebbe, all’azienda, alcun tipo di aggravio di costi. Ti faccio un esempio, partiamo considerando quello che è, oggi, il panorama aziendale italiano: è composto per lo più da piccole-medio imprese. Ecco, soprattutto nel loro caso, potrebbero essere sottoscritti accordi di solidarietà volti ad incentivare la concessione del part time alle donne/mamme, in questo modo, il costo del part time sarebbe – per l’azienda – pari a zero.

MdL: Come giudichi il quadro normativo italiano rispetto alla tutela della maternità? Consideri le norme vigenti efficaci?

Patrizia: Posso rispondere a questa domanda collegandomi a quello che ho detto prima e sarò categorica, penso che le norme vigenti non siano più efficaci, probabilmente lo saranno state ai tempi che furono ma, a mio avviso, è almeno un ventennio che queste norme andrebbero modificate, attualizzate. Perché, è vero che la donna oggigiorno fa meno figli, da una parte ma, dall’altra, è vero che la vita è diventata più complessa perché la donna lavora. Di conseguenza, secondo me, è assurdo che una donna debba lasciare il bambino al terzo mese e al quarto andare a lavorare o comunque considero i 5 mesi di maternità obbligatoria troppo pochi. In ogni caso, anche qualora non si potesse stravolgere la normativa vigente, sarebbe necessario predisporre dei correttivi (cosa che non potrà mai essere effettuata a livello di contrattazione collettiva): penso sia un’assurdità retribuire i 6 mesi di maternità facoltativa al 30%, anche in questo senso si può sostenere la donna.

Penso che non ci sia ancora stato un governo in grado di trattare questo argomento, a mio avviso i vari governi che si sono succeduti hanno erogato i bonus che ormai sono noti a tutti per sviare l’attenzione dei cittadini e per evitare di effettuare modifiche alla normativa vigente. La cosa che ritengo ancora più sconcertante è che queste modifiche al Testo Unico non sono mai neanche proposte, neppure dalle donne/mamme che sono/sono state al governo.

MdL: uno degli ultimi argomenti che ho trattato è stato lo smart working. Come valuti lo smart working? Può rappresentare una buona opportunità per le donne che devono conciliare lavoro e gestione della vita familiare?

Patrizia: Ti confermo che sono molteplici le aziende (ad esempio mi vengono in mente le aziende del turismo) che, ormai, hanno introdotto lo smart working come modalità di lavoro. Però, per esperienza personale, posso dirti che in molte aziende che seguo e che applicano lo smart working, le lavoratrici non sono molto contente. Perché alla fine, nell’immaginario comune si pensa che stando a casa quel giorno a settimana la donna riesca a svolgere delle attività utili alla organizzazione della vita privata – ad esempio andare a prendere i figli a scuola oppure stare a casa con loro nel caso in cui siano malati – ma, di fatto, non è così perché con il lavoro agile si svolge un’attività lavorativa a tutti gli effetti, l’unica cosa che lo differenzia dal lavoro “tradizionale” è, a mio avviso, solo l’assenza dello spostamento verso il luogo di lavoro (considera che soprattutto nelle grandi realtà, il controllo è garantito dal momento che ci si collega ad un server che registra orari di inizio del lavoro da remoto, le attività, orari di pausa etc). Penso, quindi, che lo smart working non sia stato così risolutivo come si pensa, credo che, piuttosto, una innovazione non di poco conto si avrebbe qualora si desse la possibilità di portare i figli nei locali aziendali, creare dei luoghi ad hoc dove i bambini – certo, da una certa età in poi – possano essere intrattenuti con del personale educatore specializzato mentre la madre lavora. Ci sarebbe un doppio ritorno in positivo: da una parte, le mamme abbatterebbero i costi familiari relativi al pagamento di tate o altro e, dall’altra anche le aziende abbatterebbero i costi legati all’assenteismo e alla malattia perché, diciamocelo, non è così poco frequente che i genitori ricorrano alla malattia nel momento in cui sono in difficoltà per poter stare con i figli perché magari non hanno più giorni di ferie, oppure di congedo, di permessi o altro.

MdL: Il movimento “me too” negli USA ha risvegliato le coscienze rispetto al tema delle molestie contro le donne anche sul lavoro. A tuo avviso, qual è la situazione in Italia?

Patrizia: Allora, parto con il dire che non mi risulta che in Italia siano attivi movimenti di donne che rivendichino queste prevaricazioni e questi abusi e lo dico con rammarico: è un vero peccato perché invece, a mio avviso, potrebbe essere utile ascoltare una voce femminile di protesta anche in questo ambito. Ti dico, però, che, invece, nelle aziende, ad esempio, questo ambito riscontro che siano stati compiuti molti passi in avanti. Difatti a livello contrattuale, di contrattazione di secondo livello, il tema della violenza sulle donne è molto sentito ed è molto trattato: esistono sempre più tutele per poter permettere alla lavoratrice che ha subito violenze a casa o sul luogo del lavoro di godere di un certo assistenzialismo che può andare, ad esempio, dall’avere un supporto psicologico – tramite SSN -, alla concessione, da parte dell’azienda, di un certo numero di permessi – tante volte questi permessi sono retribuiti entro un certo periodo oppure, una volta terminati questi permessi, vengono concessi periodi di aspettativa non retribuita -.

MdL: grazie mille Patrizia per avermi dedicato un po’ del tuo prezioso tempo e per aver condiviso con me e con noi con quanta tenacia e con quanto impegno ogni giorno vi impegnate in difesa dei diritti di chi si fida di voi.

Alla prossima, amiche!

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