Rientro dalla maternità e trasferimento: quando è legittimo?

29 Marzo 2019Oriana Santarcangelo

Driiin, sento già la campanella della scuola risuonare nelle mie orecchie e, per me che sono una ritardataria cronica, sapere che a breve dovrò lottare contro un altro orologio che, con il suo ticchettio mi perforerà i timpani, già sudo! È per questo che ho risolto il problema “ingresso in orario all’asilo” delegando a mio marito questo annoso compito (in realtà lui aspetta bramoso da sempre questo momento quindi diciamo che gli ho fatto un favore!). Tuttavia, nelle more, da brava mamma chioccia ho battuto tutti gli asili nidi del mio circondario per cercare di capire quale potesse essere quello in grado di soddisfarci. Durante le giornate di open day e non ho visitato tante strutture, ho conosciuto tante educatrici e tante mamme e, seppur il sol pensiero di “abbandonare” (si, ho scelto volutamente questo termine, ve l’ho detto che sono una mamma chioccia vecchio stampo, no?!) Carlo per qualche ora mi dilania, ho cercato di mantenere la calma immaginandomelo felice immerso tra giochi e attività. Let it be consigliavano i Beatles e anche io dovrò lasciare che sia, lasciare a Carlo la possibilità e la libertà di “essere”. E proprio con questo spirito, durante i colorati tour tra minuscoli banchetti e sedioline per la pappa e dolci lettini disposti l’uno accanto all’altro per la ninna, che ho conosciuto una mamma che, come me, aveva già quasi le lacrime agli occhi: non sono l’unica, mi sono detta! Così, tra una domanda e l’altra alle educatrici ci siamo ritrovate a chiacchierare. È assurdo quanto si possa riuscire ad entrare in empatia anche in pochi minuti, è assurdo quanto l’amore per i nostri figli riesca a creare relazioni e interazioni (anche) tra adulti. Dopo poco ho scoperto che la mamma chioccia- che in realtà è una stilista – è in procinto di ritornare al lavoro al termine del periodo di congedo ma è arrabbiatissima perché le hanno appena comunicato che verrà trasferita a Firenze (lei ha sempre lavorato a Milano) perché è stata soppressa l’intera sede dove lei era impiegata. 

La domanda: la nostra mamma chioccia si chiede se è legittimo o meno il comportamento dell’azienda presso la quale lavora. Si chiede, cioè, se l’azienda (che ha, nei fatti smantellato la sede di Milano) può legalmente non garantire alla lavoratrice madre (al rientro dal congedo di maternità) il posto di lavoro pre-maternità e quali sarebbero le conseguenze.

La mia rispostaIn base a quanto disposto dall’articolo 56 del Testo Unico sulla maternità e paternità, la lavoratrice madre ha diritto a conservare il posto di lavoro e, al termine dei periodi di divieto di lavoro (quale, per esempio, come nel caso di specie, è quello del congedo di maternità obbligatorio), ha il diritto a ritornare a ricoprire lo stesso ruolo, la stessa posizione e le stesse mansioni – o a mansioni equivalenti – svolte pre-maternità nella stessa unità produttiva ove era occupata all’inizio della gravidanza e di permanervi fino al compimento del primo anno di età del bambino. Tuttavia, sempre l’articolo 56 TU prevede che la lavoratrice possa essere collocata altresì presso altra sede purché essa sia nel medesimo comune ove la lavoratrice svolgeva il proprio lavoro.    

Quindi, in sintesi, la lavoratrice madre ha diritto (a) a tornare a lavorare fisicamente nello stesso luogo ove lavorava una volta iniziata la gravidanza (o in un altro luogo ma del medesimo comune in caso di comprovate esigenze aziendali); (b) a tornare a svolgere le medesime mansioni che svolgeva prima del periodo di maternità (o a svolgere mansioni equivalenti nel caso di comprovate esigenze aziendali). 

La norma sembrerebbe chiara, qualsiasi altro comportamento in contrasto con quanto disposto alle lettere a e b di cui sopra sarebbe illegittimo. 

Uso il condizionale con cognizione di causa per un motivo, perchéil 19 giugno 2018, con sentenza n. 16147, la Corte di Cassazione ha deciso di pronunciarsi e di far chiarezza sulla corretta applicazione dell’articolo 56 TU, in particolare spiegando quando, in realtà, sarebbe possibile “non garantire” il rientro della lavoratrice madre nel luogo ove svolgeva il proprio lavoro pre-maternità.

Nel dettaglio la Corte di Cassazione ha specificato che “il diritto della lavoratrice madre ex art. 56 del d.lgs. n. 151 del 2001 alla conservazione del posto di lavoro, al rientro dal periodo di gravidanza, nella stessa unità produttiva alla quale era adibita, o in altra ubicata nello stesso comune, trova un limite nell’ipotesi in cui la ricollocazione presso la sede originaria sia impossibile, per ragioni effettive e non pretestuose (nella specie, la sede di lavoro era stata soppressa e la lavoratrice aveva rifiutato il trasferimento in una diversa città), con conseguente legittimità, in tal caso, della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione

Pertanto, qualora l’azienda decida di sopprimere una sede di lavoro (ad esempio quella originaria presso la quale la lavoratrice madre svolgeva la propria prestazione lavorativa) e abbia un’altra sede in un luogo che non si trova all’interno dello stesso comune di quello della sede soppressa, potrà richiedere alla lavoratrice il trasferimento presso l’altra sede. 

La conseguenza è che, qualora la lavoratrice madre si dovesse trovare nella impossibilità di poter accettare il trasferimento in altra sede (per qualsiasi ragione personale e non), il datore di lavoro potrà legittimamente sospenderla dallo svolgimento del lavoro e dal percepimento della retribuzione.

Conclusioni: Bene ma non benissimo: a detta della Corte di Cassazione, l’articolo 56 TU e la sua “super tutela” che garantisce il rientro nel posto di lavoro fino all’anno di vita del bambino,regge fintanto che l’azienda non riesca a garantire il posto di lavoro per ragioni effettive e non pretestuose”.

Pertanto, la mamma chioccia dovrà capire se accettare o meno il trasferimento, partendo dal presupposto che, in caso di rifiuto,dovrà, di fatto, “dire addio” al suo posto di lavoro.

Questo provvedimento fa riflettere perché da una parte vi è la necessità dell’azienda di badare ai propri interessi ma dall’altra vi è quello della lavoratrice madre che si trova dinanzi ad un bivio: accettare il trasferimento pur di lavorare (considerati gli impegni anche economici che la nascita di un figlio comporta) oppure rifiutarlo perché magari si è nella impossibilità oggettiva di far trasferire tutta la neo famiglia altrove. Tutto ciò sapendo che una volta espresso il rifiuto potrà essere sospesa dallo svolgimento del lavoro con conseguente sospensione dalla retribuzione. 

Alla prossima amiche!

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