Carlo cammina, è ufficiale. E lo ha deciso nel giro di ventiquattro ore. Per giorni ha fatto le sue dovute “prove” poi, ieri, si è lanciato: ha piegato ed alzato le sue bracciotte all’altezza del petto (modalità ballo del qua qua) ha guardato dritto davanti a sé e,passo dopo passo, ha tirato dritto per tutta casa, senza mai fermarsi!

Ha puntato un obiettivo (più lontano di quelli che sceglieva per “testarsi”) ed è andato, e l’ha raggiunto! Da qual momento in poi, tutte le camminate che si sono succedute sono state sempre più sicure e, dopo un solo giorno, quelle bracciotte tenerissime che utilizzava per cercare più equilibrio si sono, piano piano, abbassate. Ora si tratta di rimediare alla falcata “modalità ubriaco” ma farà tutto con e nei suoi tempi.

Vederlo camminare, devo dire, è stato per me scioccante, in senso buono. Era un piccolo batuffolo che, da fermo, muoveva a scatti mani e piedi, ricordo con quanta forza provava a tirare su il busto e con quanto sforzo tirava su la testa sperando di potersi mettere seduto, ricordo il bellissimo sorriso sdentato e quegli occhi pieni di vita quando riuscì per la prima volta a girarsi da supino a prono.

Ricordo che i secondi in cui riusciva a stare seduto da solo da uno, piano piano, sono diventati tendenti all’infinito. Ricordo tutte le volte in cui, da seduto, fissava un giochino ma non sapeva come arrivarci. Ricordo che un giorno, d’un tratto – dopo essermi voltata poche frazioni di secondo per prendere un libro di cucina dalla mensola, l’ho trovato – sempre da seduto – in un altro quadrotto del tappeto di gomma che aveva a terra: si muove, midissi sorpresa!

Ricordo quando, guardandolo, capii come si spostava: utilizzava delle micro roteazioni su se stesso per muoversi in avanti o di lato per arrivare alla sua “preda”. Ricordo quando mi dicevo che, considerato il suo modo di spostarsi “da seduto”, probabilmente avrebbe seguito le orme paterne e non avrebbe mai gattonato (come invece fece la sottoscritta che, a detta di mia madre, avevo delle vere e proprie contusioni sulle ginocchia a furia di correre a gattoni sbattendo le ginocchia a terrae di cadere gattonando come una ossessa) ma avrebbe optato per il metodo “strisciata a terra col culotto e invece, un giorno, di punto in bianco, ha coordinato ginocchia e mani e, via, ti ritrovavi CarloGonzales in pochi secondi ovunque!

I suoi progressi motori mi hanno affascinato sempre moltissimo, molto di più, forse di tanti altri progressi; dico spesso, senza vergognarmene, che mi sono commossa (ho proprio pianto) non tanto quando ha detto per la prima volta mamma ma piuttostoquando l’ho visto fare il primo passo.

Molti restano sbalorditi, “ma come, dai, ha detto mamma!”. Lo so, non sto dicendo che non mi sia emozionata anche in quell’occasione ma quando ho assistito allo sforzo, alla concentrazione estrema e perché no, anche al fatto che dovesse vincere qualche timore per riuscire a raggiungere il suo obiettivo (camminare), beh mi sono sciolta. Ho avvertito tutto il coraggio e tutti i rischi del caso che quel piccolo fagottino di 77 cm ha dovuto accettare per riuscire nella sua “impresa titanica”.

La vita è così, è una continua accettazione dei più svariati rischi:accettazione del rischio di fallire, del rischio di perdere qualcosa o qualcuno, del rischio di insuccesso, del rischio di danneggiare sé stesso, del rischio di non vedere realizzate le proprie aspettativeetc.

Prima di mettere al mondo un figlio si decide di accettare innumerevoli rischi. Il rischio di non avere le giuste risorse economiche e di tempo necessarie per allevarlo, il rischio di non essere abbastanza affettuosi, il rischio di essere troppo oppressivi, il rischio di dover fare i conti con la sua salute, il rischio di poterlo perdere. Anche noi mamme lavoratrici quando decidiamo di fare un figlio accettiamo mille rischi tra i quali tristemente figurano anche la possibilità di perdere il proprio lavoro, dovervi rinunciareo dover scendere a compromessi folli e quant’altro.

L’altro giorno leggevo in rete di una mamma di gemelli che, terminato il periodo di congedo parentale chiedeva se fosse possibile “allungare il periodo di congedo parentalenon potendosi permettere una tata per entrambi i suoi figli.

Di congedo parentale ne avevamo già parlato l’8 febbraio e la risposta alla domanda della mamma è no, se il genitore ha già beneficiato del periodo totale a sua disposizione – date un occhio alla tabella che avevo inserito nell’articolo – non è possibile “allungare” il periodo di congedo.

Tuttavia, qualora la lavoratrice avesse bisogno di più tempo, terminati i mesi di congedo, potrebbe richiedere al datore di lavoro una aspettativa dal lavoro non retribuita.

Quanto dura

Tale periodo di astensione dal lavoro può avere durata variabile fino ad un massimo di 2 anni nell’arco della vita lavorativa.

Quando può essere chiesta

La lavoratrice potrà fare richiesta del periodo di aspettativa – e il datore concederla – in una delle seguenti situazioni:

a. problematiche conseguenti al decesso o alla grave malattia di un familiare;
b. cura o assistenza di un componente della famiglia le cui esigenze siano difficili da conciliare con l’impiego;
c. grave disagio del lavoratore, esclusa la malattia (ad esempio come nel caso della depressione).

Qualora la madre lavoratrice volesse far richiesta di un periodo di aspettativa potrebbe domandarla sulla base di quanto previsto alla lettera b della tabella sopra riportata, ovverossia potrebbe richiedere di assentarsi per “cura o assistenza di un componente della famiglia le cui esigenze siano difficili da conciliare con l’impiego” per difficoltà nel riuscire a conciliare il lavoro con la cura del proprio bambino.

Tuttavia occorre precisare quello che è, ad oggi, l’orientamento giurisprudenziale a riguardo.

I giudici hanno maturato delle vedute differenti ma possiamo dire che l’orientamento prevalente sembrerebbe concedere al genitore l’aspettativa non retribuita nel caso in cui il bambino soffra di patologie acute o croniche o per la cura delle quali sia richiesta la presenza di un genitore o di un tutore.

Pertanto sembrerebbe che i giudici non ritengano rientrante nel concetto di cura o assistenza quella “ordinaria” ovverossia la possibilità di allontanarsi (pur senza essere retribuiti) dal lavoroma conservando il posto di lavoro, per sopravvenuta difficoltà nelconciliare il lavoro con il ruolo di genitore.

C’è da dire che, invece, la dottrina la pensa diversamente (fortunatamente)!

Quindi qualche spiraglio c’è.

Chiaro è che qualora sia il datore a rispondere affermativamente alla richiesta della madre lavoratrice di assentarsi dal lavoro per un periodo di aspettativa non retribuita, il problema non si pone e la lavoratrice madre potrà beneficiare del periodo di aspettativa che la legge le concede.

Pertanto, tirando le somme:

1. la legge prevede dei casi in cui il lavoratore/lavoratrice possa richiedere un periodo di aspettativa non retribuita;
2. tra questi casi vi è la circostanza per la quale il lavoratore/lavoratrice possano chiedere di assentarsi per un periodo di aspettativa non retribuita per la cura o l’assistenza di un componente di famiglia;
3. il datore di lavoro può accettare tale richiesta e concedere il periodo di aspettativa;
4. in caso di contrasto, la giurisprudenza si è pronunciata e non ritiene rientrante nel caso di cura o assistenza di un componente della famiglia il caso di mera assistenza al proprio bambino per inconciliabilità del lavoro con vita da mamma; contrariamente la dottrina lo ritiene possibile.

La vita è fatta di scelte e di accettazione dei rischi ad esse correlati.

E noi mamme lo sappiamo, è normale.

Ciò che non è normale è pensare che tra i rischi da accettare vi siail perdere il proprio lavoro per la scelta familiare fatta e/oaccettare che la vita da madre sia incompatibile con la propria vita lavorativa perché qualcuno (il proprio datore e/o superiore e/o collega) la rende tale.

Alla prossima, amiche!

Oriana Santarcangelo
Oriana Santarcangelo

Riflessiva e chiacchierona cerco di approcciarmi alla vita con lo stupore e la gioia di un bambino. Partita da una terra lontana, sono approdata a Milano per gli studi universitari ed è lì che, poi, sono diventata avvocato. Galeotto fu il codice ed è in uno studio legale che ho conosciuto mio marito. Anche lui avvocato del lavoro. Diversamente da quanto si potrebbe credere, due avvocati possono vivere sotto lo stesso tetto in armonia ed è così che abbiamo deciso di crederci e di creare la nostra famiglia. Sono mamma di Carlo, classe 2018, immatricolato a giugno.

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