L’epoca storica che stiamo vivendo ci pone di fronte alla possibilità di una vera e propria rivoluzione: le madri e i padri stanno cambiando. I genitori degli anni ’70 – ’80, con la pesante eredità dei genitori anni ’50 – ’60, quando i padri non si avvicinano neanche ai pannolini per intenderci, sono molto differenti da quelli di oggi. Se da un parte dobbiamo ancora fare i conti con l’idea di genitorialità che si aveva in passato, misurandoci con stereotipi di genere difficili da scardinare, possiamo dire che un dialogo collettivo sia stato avviato.

Alcuni uomini cominciano ad avvicinarsi al femminismo, lo studiano, parlano con le donne della loro vita, riflettono sul loro privilegio: si professano femministi (sì, si può fare!). Fino ad un decennio fa questo ragionamento era addirittura impensabile. Sono queste le riflessioni che getteranno le basi per i genitori di domani: abbiamo il difficile e importante compito di crescere bambine e bambini femministi, insieme.

Che cosa significa? Significa innanzitutto educare alla libertà, sia le femmine che i maschi. Promuovendo la parità tra i generi e non la subordinazione tra di essi. Si tratta di un lavoro di decostruzione degli stereotipi di genere, questo significa educare con metodo femminista.

Perché è così importante? Perché è necessario essere consapevoli del fatto che i gusti di bambine e bambini vengono fortemente influenzati dalla cultura che trasmettiamo loro. Nessuna bambina dovrebbe sentirsi costretta in un abito da principessa, le bambine possono essere principesse ma devono sapere che hanno la possibilità di scegliere, di muoversi liberamente, di occupare tutto lo spazio che desiderano, che possono alzare la mano a scuola perché ciò che hanno da dire conta; al tempo stesso, nessun bambino dovrebbe sentirsi giudicato se avverte il bisogno di mostrare la propria fragilità, di coltivare gentilezza e cura. Semplicemente perché la cura e l’amore sono aspetti che riguardano le persone, non connaturati ad un genere.

Vediamo, nella pratica tre motivi per cui il femminismo rende la genitorialità una terra felice.

1) I genitori femministi fanno le cose insieme

Come accennavo poche righe più su, la cura non è qualcosa che si lega al genere né tantomeno alla biologia, non è qualcosa di innato. Capita che le donne si sentano condizionate dalle pressioni sociali, dal voler fare tutto da sole, dal dover essere tutto. Diciamoci chiaramente che la cura della casa è qualcosa che i maschi sono perfettamente in grado di imparare. No, non è difficile. Ciò che è più difficoltoso, invece, è accettare che un bagno possa essere pulito in vari modi e che una cena possa essere cucinata con un procedimento diverso da quello che seguiremmo noi. Allentare le nostre aspettative e il nostro bisogno di controllare che tutto sia perfetto e a norma è un passo fondamentale per alleggerire il peso del carico mentale sulle donne.

Scrive Chimamanda Ngozi Adichie in Cara Jjeawele, ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista: “Il saper cucinare non è preinstallato in vagina. L’arte culinaria si impara. Far da mangiare – e la cura della casa in generale – è una competenza che in teoria sia gli uomini che le donne dovrebbero avere nella vita. È una competenza, peraltro, che potrebbe mancare tanto agli uomini quanto alle donne”. Accudire i figli non è una cosa da mamma, un padre attivo e presente in casa non potrà far altro che costruire una relazione più felice con i propri figli.

2) Un padre femminista non è un mammo (e neanche un babysitter)

Questo punto si ricollega il precedente. Anche se spesso i titoli di giornale ci dicono il contrario, è bene ricordare che un padre che compie dei lavori domestici non sta aiutando, un padre che si prende cura dei figli non sta facendo il mammo, o peggio, il babysitter: sta facendo ciò che deve, il genitore, l’uomo. Le mamme e i papà sono persone con inclinazioni, temperamenti, interessi differenti e personali, dovremmo ascoltarci e lavorare come in un team: cooperando, creando un ambiente che accolga e includa tutte le figure coinvolte, senza lasciare indietro nessuno. Quando esiste una disparità, invece, per forza di cose, c’è sempre una persona che diventa sacrificabile e la storia (anche contemporanea, basti pensare alle vicende legate all’emergenza Covid-19) ci insegna che quella persona è praticamente sempre la donna, la mamma. Non ci sono cose che deve fare (obbligatoriamente) la mamma: anche i padri possono acquistare abitini, accompagnare i figli ad acquaticità, portarli dal pediatra per il bilancio di salute (sì, anche da soli), ed entrare nei gruppi Whatsapp che accompagneranno le avventure del nostro percorso di genitori dall’asilo nido in avanti! Nel gruppo Whatsapp del nido della nostra bambina i papà sono solamente due – uno è mio marito – è ancora piuttosto diffusa l’opinione secondo cui spetterebbe alle donne organizzare la vita dei figli, dalla scuola, alle attività extrascolastiche. Come possiamo sradicare lo stereotipo che vede ancora il padre come una figura marginale, incapace di comprendere aspetti pratici ed elementari della vita genitoriale? Ad esempio possiamo evitare di alimentare questo stereotipo, non aquistando quei terribili body che riportano le indicazioni per infilarlo correttamente destinate ad un ipotetico papà alpha. Possiamo smettere di fare battute e ironizzare sulla presunta incapacità dei padri, perché la difficoltà di rompere certi schemi risiede anche in queste abitudini. Critichiamo anche il linguaggio, anche il linguaggio è sessista e maschilista: i cambiamenti veri partono da lì!

3) Un papà femminista è libero di emozionarsi

Un papà femminista non mette a tacere le proprie difficoltà ma impara ad accoglierle e a dialogare con esse. Per molto tempo è stato fornito ai padri un codice comportamentale, una sorta di manuale che associava, ad esempio, alla figura paterna la classica gelosia nei confronti delle figlie femmine. Questi preconcetti possono essere contrastati: una bambina che cresce con un padre possessivo e geloso si aspetterà di dover ricevere il medesimo trattamento dagli uomini che incontrerà, si abituerà a pensare se stessa come un qualcosa da possedere; se un padre invece si dimostrerà capace di mettersi in gioco e lavorerà per avere un rapporto sereno e dialogante con i desideri e i bisogni di una figlia preadolescente, non farà altro che fornire un modello maschile libero dalle gabbie della mascolinità tossica. Lo stesso vale per le emozioni che spesso vengono svilite, come la tristezza. Un papà femminista non dirà mai ad un bambino che non deve piangere perché i maschi non si comportano così, un papà femminista non avrà paura di mostrare lacrime e debolezze, potrà allattare con il biberon, fare la spesa insieme ai bambini, e se verrà preso in giro per questo motivo, che dire? Significa che sta facendo la cosa giusta.

Non serve aver letto tutti i libri e i manuali del mondo per essere dei bravi genitori, non servono neanche i titoli e non importa quante volte ci abbiano attribuito dei meriti. Se vi riconoscete in queste parole, come mamme, papà o futuri genitori, se credete che sia giusto lottare per una famiglia (e una società) dove regni uguaglianza tra uomini e donne, allora siete genitori femministi! Educare al femminismo non vuol dire essere immuni all’errore, anzi. Al contrario, porsi delle domande ci porta  a sperimentare e inevitabilmente a cadere di più, per tentare strade nuove e fare cose diverse è necessario sbagliare. Infine, come non esiste la femminista perfetta, non esistono genitori femministi perfetti, specchiamoci l’uno nell’altro e riconosciamo il nostro valore: stiamo crescendo la società del futuro.

Serena Blasi
Serena Blasi

Sono una romana che vive a Torino dal 2008. Mi sono laureata in Cinema a Roma e diplomata in Scrittura e Storytelling alla Scuola Holden di Torino. Lunare e intuitiva, leggo con passione e divoro serie tv. Scrittura, femminismo e viaggi: ecco ciò che mi infiamma. Lavoro come Web Copywriter, nel 2016 ho sposato un torinese e nel maggio del 2018 sono diventata mamma di Emma.

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