La giornata di ieri per me e per la mia famiglia è una giornata particolare, una giornata che, ancora oggi, lascia spazio ad un amaro in bocca che – nonostante gli anni trascorsi – è capace di contaminare gli altri “sapori” che si susseguono e che caratterizzano le vite di ciascuno di noi.

Il 12 settembre ha il potere di ricordarmi quanto la vita possa cambiare in maniera irreversibile e quello che mi ha lasciato è un senso di precarietà nella mia vita e nei miei affetti, una precarietà che è stata placata da chi ha deciso di starmi vicino ogni giorno ed ha coraggiosamente fatto determinate promesse di stabilità, ha consapevolmente deciso di “abbracciare” non solo me e quella che sono ma anche il mio bagaglio di vita vissuta che ha lasciato delle ferite con le quali devo fare i conti spesso e volentieri e che hanno condizionato e – in maniera più blanda – condizionano mie scelte di vita.

Precario” sta per “non sicuro” o anche “instabile” e, direi, che nella vita di ciascuno di noi può essere capitato di sentirsi precari: sentimentalmente parlando, affettivamente parlando, “residenzialmente” parlando (dai Crusca, ti lancio una sfida: inventiamo un altro neologismo dopo “profumoso”), economicamente parlando, lavorativamente parlando.

Per quanto riguarda questo ultimo aspetto, seppur c’è chi è riuscito a sedare e a sfamare il mio “precariato sentimentale e affettivo”, c’è chi nell’anno appena trascorso ha deciso di farmi provare l’ebrezza di capire cosa vuol dire sentirsi lavorativamente precari.

Beh, immagino che non vi sarà difficile capire il disorientamento economico e psicologico che lascia il “precariato”, uno dei “mali” della nostra generazione. Lo stesso disorientamento che ho colto nelle parole di una donna che ho conosciuto sul web, tramite un social network iper conosciuto. Il “problema”, però, di questa donna non era solo la sua condizione di “precaria” ma – in aggiunta a questa – anche la sua condizione di madre. Precaria e madre: che combinazione difficile!

La signora che chiameremo Wonder (perché ci vuole tanto coraggio e tanta forza d’animo per affrontare situazioni come questa) si trova nella seguente situazione: Wonder mama ha un contratto a termine (semestrale, già rinnovato una volta). Durante l’ultimo rinnovo scopre di essere incinta e lo comunica al datore di lavoro. Nonostante i feedback positivi da parte del datore di lavoro, quest’ultimo, a ridosso della data in cui il datore avrebbe dovuto (a sua detta) rinnovare il contratto oppure convertirlo in un tempo indeterminato, prende contatti telefonici con Wonder mamma.

Durante le telefonate le comunica che “purtroppo” stanno avendo difficoltà economiche e che “purtroppo” il suo rinnovo di contratto è saltato. Non contento, aggiunge fasi del seguente tenore: “ora pensa a te, è quasi un bene visto che ora dovrai prenderti cura della tua bambina”. Wonder mama – che, da brava mamma, ha già sviluppato un certo “sesto senso” – ha sapientemente registrato le telefonate. Nei giorni successivi alle telefonate Wonder mama viene a scoprire che il datore di lavoro ha preso contatti con una lavoratrice a partita iva affinché quest’ultima svolga, tra le altre, anche le sue mansioni.

La domanda: a questo punto Wonder mama si chiede 1. se è legittimo o meno il mancato rinnovo del contratto; 2. se è legittima o meno la collaborazione della lavoratrice a partita iva in sua sostituzione; 3. se ha qualche diritto o tutela legale sia per la maternità che per rivendicare la propria posizione in azienda.

La risposta: procediamo con ordine.

Partiamo dalla prima questione ossia se 1. è legittimo o meno il mancato rinnovo del contratto a termine. Prima di tutto occorre precisare che il datore di lavoro è assolutamente libero di non rinnovare/non convertire il contratto in un tempo indeterminato una volta giunto a scadenza del termine. Pertanto, solo sulla base di questo presupposto Wonder mama non potrebbe ottenere un risultato diverso. Tuttavia, il caso di specie presenta diverse problematiche e molteplici sfaccettature che obbligano ad un’analisi più accurata che può avvenire solo sulla base di un attento studio del caso di specie e una disamina di documenti ed elementi probatori a sostegno di una eventuale discriminazione di Wonder mama. Quindi, per rispondere esaustivamente a tale quesito è necessario un approfondimento in più. A grandi linee – e qui per rispondere anche a parte della domanda numero 3 – è chiaro che qualora fosse provato che il mancato rinnovo/la mancata conversione del contratto a termine in uno a tempo indeterminato fosse motivato unicamente dal dato per il quale Wonder mama è – appunto – madre (come presuppone lei sulla base delle telefonate che ha registrato) ci sarebbero gli estremi per poter provare l’intento discriminatorio del datore di lavoro.

Chiaro è che – in risposta alla domanda numero 2. – il fatto che il datore di lavoro abbia poi iniziato una collaborazione con una lavoratrice a partita iva per lo svolgimento delle medesime mansioni svolte da Wonder mama rinforza la posizione di quest’ultima dal momento che la legge prevede che il lavoratore che, con uno o più contratti di lavoro a termine, ha prestato attività lavorativa per un periodo superiore a 6 mesi presso la stessa azienda ha diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi 12 mesi con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei rapporti a termine.

Infine, per rispondere all’ultima domanda ossia per sapere se 3. Wonder mama ha quale possibilità di poter ottenere la tutela legale ed economica spettante alle madri lavoratrici, anche in questo caso, per poter dare un riscontro puntuale occorrerebbero maggiori informazioni, ad esempio sapere quali sono la data presunta del parto e quella del termine del rapporto lavorativo.

A livello generale, ciò che occorre sapere è che le lavoratrici assunte con un contratto a tempo determinato godono degli stessi diritti delle donne assunte con contratto a tempo indeterminato. Pertanto, contratto a termine o no:

  1. la legge prevede il ritiro obbligatorio dal lavoro per cinque mesi (totali)!;
  2. la lavoratrice ha diritto alla sovvenzione INPS che verrà determinata in base ai casi particolari.

Difatti, anche in caso di scadenza del contratto a tempo determinato durante i periodi di congedo di maternità sia obbligatoria che anticipata, la lavoratrice avrà diritto a percepire l’indennità di maternità.

Per sapere in quale modalità e in quali termini verrà riconosciuta l’indennità di maternità occorre fare una distinzione e capire innanzitutto se il rapporto si sia concluso da più di 60 giorni o meno rispetto all’inizio del periodo di maternità.

Come vi avevo già detto nell’articolo dell’8 marzo 2019 (per chi non l’avesse letto, ecco il link) il Testo Unico all’articolo 24 prevede che le lavoratrici gestanti possano altresì godere della indennità di maternità anche nel caso in cui restino incinta durante un periodo di sospensione/assenza dal lavoro senza retribuzione o in caso di disoccupazione, purché tra l’inizio della sospensione, dell’assenza o della disoccupazione e l’inizio della gravidanza non siano decorsi più di sessanta giorni.

Qualora, invece, il congedo di maternità abbia inizio trascorsi sessanta giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro e la lavoratrice si trovi, all’inizio del periodo di congedo stesso, disoccupata e in godimento dell’indennità di disoccupazione, quest’ultima ha diritto all’indennità giornaliera di maternità al posto dell’indennità ordinaria di disoccupazione.

La legge, però, cerca di non lasciare quasi nessuno indietro, infatti, prevede anche altri casi in cui la donna futura madre possa godere dell’indennità di maternità.

Perciò, Wonder mama potrà contare di sicuro sull’indennità di maternità. Per quanto riguarda gli altri aspetti occorrerà disaminare nel dettaglio la fattispecie per capire come e se procedere.

La verità è che dovremmo combattere tutti il precariato tanto quello del lavoro quanto quello del cuore.

Alla prossima, amici!

 

Oriana Santarcangelo
Oriana Santarcangelo

Riflessiva e chiacchierona cerco di approcciarmi alla vita con lo stupore e la gioia di un bambino. Partita da una terra lontana, sono approdata a Milano per gli studi universitari ed è lì che, poi, sono diventata avvocato. Galeotto fu il codice ed è in uno studio legale che ho conosciuto mio marito. Anche lui avvocato del lavoro. Diversamente da quanto si potrebbe credere, due avvocati possono vivere sotto lo stesso tetto in armonia ed è così che abbiamo deciso di crederci e di creare la nostra famiglia. Sono mamma di Carlo, classe 2018, immatricolato a giugno.

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