La malattia del bambino: quali strumenti di tutela abbiamo?

19 Aprile 2019Oriana Santarcangelo

Una delle emozioni che preferisco è la gioia, e, tra le tante, una delle cose che più mi piace fare è ingenerare negli altri ottimismo e positività: è proprio una delle mie missioni di vita. E questa è una regola che applico tanto ai miei “vicini” quanto ai “lontani”: un sorriso per strada non può essere negato a nessuno, la metà delle persone penserà che sei matto (“cosa avrà mai da sorridere questa?”) ma l’altra metà, sono sicura, che ne trarrà beneficio, se non altro perché, ricambiando il sorriso, per una frazione di secondo si ricorderà che si può sorridere e che sorridere è bello.

Non so da dove derivi questa mia ostinata necessità, se dalla mia formazione pluriennale nei boy scout o se è una questione di dna. Il dna deve pur contare qualcosa perché, se mi guardo intorno, noto che anche i miei fratelli conducono la mia stessa “battaglia” nel mondo: “untori di positività”. Mia sorella l’ha presa proprio sul serio, poi, quando ha deciso, anni fa, di portare un sorriso dove davvero da ridere c’è ben poco, e tra un sonaglino e qualche canzoncina munita del suo naso rosso e del suo camice (il cui colore bianco è un vecchio ricordo visti gli sgargianti disegni che negli anni ha collezionato), si aggira tra le corsie dell’ospedale in cerca di musi lunghi da far tornare con “gli angoli all’insù”. “L’umorismo mi ha salvato la vita perché mi ha reso tutto quello che facevo, o che volevo ottenere, più semplice, anche nei rapporti con gli altri.” Patch Adams.

Purtroppo, però, anche i migliori, una volta lasciato il “campo di gioco” ne escono provati se non altro perché per dare animo alle persone devi entrare in empatia con loro fino ad assorbire tutto ciò che viene serbato nei loro cuori, compreso l’estremo dolore che situazioni di malattia portano, inevitabilmente, con sé. Tornata a casa dal suo turno di clown, mia sorella (alias dottoressa Fioccodineve) mi videochiama – il richiamo delle guanciotte del nipote è troppo forte – e, vedendola un po’ provata mi racconta, a grandi linee (pur non avendo obblighi di segreto professionale, per lei, la riservatezza dei casi – umani e medici – con i quali entra in contatto è tutto), la sua giornata in corsia e quanta tristezza avesse accumulato nel vedere tante mamme sedute l’una accanto all’altra, in attesa che i propri bambini terminassero analisi, visite o accertamenti di vario genere.

Si è chiesta come siano le loro vite al di fuori di quelle mura, come scorra la loro vita, se abbiano un lavoro, altri figli, se i mariti le accolgano la sera con un sorriso. Penso a quante mamme per brevi o lunghi periodi, per piccole problematiche o per gravi patologie legate ai loro figli, devono gestire – oltre alla tensione, al dolore – anche tutti gli altri aspetti della loro vita quotidiana, dalle piccolezze nella organizzazione della casa, alle questioni burocratiche, o ancora alle questioni legate al mantenimento del proprio posto di lavoro in attesa della guarigione dei propri piccoli.

Allora, la domanda è d’obbligo: come si muove la legge in aiuto delle mamme lavoratrici che hanno bisogno di ore oppure di periodi più lunghi per accompagnare i figli durante un periodo di malattia?

La mia risposta:

Partiamo col capire cosa si intende per malattia. A tal riguardo, il Ministero de Lavoro con circolare n. 79/76, spiega che per “malattia” si intende “la modificazione peggiorativa dello stato di salute e più precisamente qualsivoglia alterazione anatomica e funzionale dell’organismo, anche localizzata, e perciò non impegnativa dalle condizioni organiche generali”. Pertanto, il genitore lavoratore potrà fruire di questo particolare congedo nel caso in cui vi sia un peggioramento delle condizioni di salute del bambino. Il che implica, nella prassi, che, in caso di una “normale” febbre, il genitore non possa fare domanda per ottenere il congedo per malattia ma dovrà ricorrere ad altri strumenti qualora voglia restare a casa con il bambino. Per quanto riguarda la disciplina da applicarsi, essa varia a seconda che i dipendenti siano pubblici o privati. Oggi, per una mera questione di organizzazione, analizzeremo il trattamento dei dipendenti privati. Occorre, tuttavia, specificare che la legge prevede diverse forme di congedo a seconda della patologia di cui trattasi, in caso di patologie di più grave entità e/o in caso di figli portatori di handicap, i genitori potranno fruire di un’altra tipologia di congedo, cd. congedo straordinario. Nelle tabelle che seguono, eccovi i punti salienti delle due forme di congedo.

Congedo per malattia del figlio

(art. 47 della L. 151/2001)

Quando può essere chiesto Il congedo per la malattia del figlio, come specificato dal Ministero del Lavoro, non può essere domandato ogni qualvolta il figlio abbia un semplice stato febbrile. Affinché si possa usufruire di questo tipo di agevolazione, ci deve essere un peggioramento delle sue condizioni di salute. Che cosa significa? Che il congedo non è fruibile, ad esempio, per andare un paio di giorno al mare a prendere un po’ d’aria di iodio insieme al figlio, a meno che il bambino debba fare delle cure specifiche prescritte dal medico.
Da chi può essere chiesto Può usufruire del congedo per malattia del figlio sia il lavoratore dipendente del settore privato sia quello del settore pubblico. Possono chiedere il congedo sia la madre sia, in alternativa, il padre.
Quanto dura Ø  fino ai 3 anni del bambino: i genitori possono assentarsi alternativamente dal lavoro senza limiti di tempo;

Ø  dai 3 agli 8 anni del bambino: i genitori possono assentarsi alternativamente dal lavoro per un massimo di 5 giorni lavorativi ogni anno (quindi 5 giorni fino al quarto anno del bambino, 5 giorni fino al quinto anno e così via).

Retribuzione Per il dipendente privato si tratta di un congedo non retribuito.
Documentazione il padre o la madre in congedo dovranno presentare un certificato rilasciato da un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o con esso convenzionato, attestante la malattia del figlio. Tale certificato dovrà essere trasmesso telematicamente dal dottore all’Inps. Sarà, poi, onere dell’Inps inoltrarlo via pec al datore di lavoro. Il genitore dovrà, altresì, presentare anche un’autocertificazione in cui si dichiari che l’altro genitore non si è assentato dal lavoro negli stessi giorni per il medesimo motivo.

 

Congedo Straordinario

(art. 42 L. 151/2001)

Quando può essere chiesto Questo congedo può essere domandato, e ottenuto, nel caso in cui la madre o il padre si trovino a dover affrontare una patologia invalidante che comporti una disabilità grave del proprio figlio.

Per poter usufruire del beneficio in oggetto, prima di tutto è necessario che sia presente un requisito fondamentale, ossia che:

·       la persona per la quale si chiede il congedo straordinario deve essere in situazione di disabilità grave ai sensi dell’art. 3, co. 3, L. n. 104/92 riconosciuta dall’apposita Commissione Medica Integrata ASL/INPS (art. 4, co. 1, L. 104/92); non è invece possibile il congedo quando l’assistito, pur possedendo invalidità riconosciuta, sia privo della certificazione di handicap grave. Occorre, quindi, che al bambino in cura sia stata già riconosciuta la disabilità grave ai sensi della L. n. 104/92.

Inoltre, sono richiesti i seguenti requisiti:

·       essere lavoratori dipendenti (anche se con rapporto di lavoro part time);

·       mancanza di ricovero a tempo pieno (per le intere 24 ore) del familiare in situazione di disabilità grave. Per ricovero a tempo pieno si intende quello, per le intere 24 ore, presso strutture ospedaliere o simili, pubbliche o private, che assicurano assistenza sanitaria continuativa (circ. Inps n. 155/2010).

Nel caso di ricovero in struttura ospedaliera il congedo è ugualmente concesso: 

a)     se il richiedente assiste un bambino con grave handicap in tenera età (0–3 anni);

b)     se il soggetto con handicap è ricoverato per motivi diagnostico-terapeutici e necessita di assistenza;

c)     se la presenza del familiare sia stata richiesta dall’ospedale per effettive necessità terapeutiche.

Da chi può essere chiesto ·       coniuge;

·       genitori biologici/adottivi/affidatari;

·       fratelli/sorelle (al verificarsi di casi particolari);

·       parenti/affini entro il terzo grado, qualora uno dei soggetti sopra elencati non potesse prendersi cura del malato per mancanza, decesso o patologie invalidanti);

Quanto dura Il congedo non può superare la durata complessiva di 2 anni per ciascuna persona portatrice di handicap e nell’arco della vita lavorativa (n.b. a regole diverse soggiacciono i genitori che hanno due o più figli portatori di handicap).
Retribuzione si percepisce un’indennità che è pari alla retribuzione percepita nell’ultimo mese di lavoro che precede il congedo, ad esclusione delle voci che non risultano fisse e continuative (n.b. i periodi di congedo straordinario non sono computati ai fini della maturazione di ferie, etc, ma, essendo coperti da contribuzione, sono validi ai fini del calcolo dell’anzianità.)
Documentazione È necessario allegare la seguente documentazione alla domanda da presentare all’Inps per richiedere il congedo straordinario:

·       copia autenticata del certificato attestante l’handicap rilasciato dalla competente commissione medica legge 104/1992 operante presso l’Asl di riferimento.

·       autocertificazione del grado di parentela con il disabile.

·       dati inerenti la residenza anagrafica, ovvero l’eventuale dimora temporanea (vedi iscrizione nello schedario della popolazione temporanea di cui all’art.32 D.P.R. n. 223/89), ove diversa dalla dimora abituale (residenza). Dichiarazione non richiesta nel caso di assistenza al figlio disabile.

·       dichiarazione che il disabile non è ricoverato a tempo pieno in istituto specializzato.

·       se si fruisce del congedo per “scorrimento” di parentela rientrando nei casi di “mancanza” o “patologie invalidanti”, autocertificazione delle prime (es. celibato o stato di figlio naturale non riconosciuto ecc.) e copia della certificazione delle seconde.

·       dichiarazione da parte degli altri familiari in cui si evince che non vi è contemporaneità di fruizione del congedo ovvero che nessun altro stia fruendo del congedo o dei permessi di cui all’art. 33, comma 3, della l. n. 104 del 1992.

Ci sarebbe da dire ancora tanto altro e cercheremo di approfondire il tema sperando di essere di supporto per poter aiutare a mettere almeno una spunta alla voce “cosa fare con il lavoro” alla lunga lista delle cose da gestire nel momento in cui ci si trova ad affrontare i periodi di malattia di un figlio.

Alla prossima, amiche!

 

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post Precedente

Come e perché scegliere una scuola a metodo Montessori: il nostro primo anno alla Casa dei Bambini

17 Aprile 2019

Prossimo post

In montagna con i bambini: cosa non deve mai mancare in valigia

23 Aprile 2019