Mi chiamo Oriana, ho 31 anni, sono avvocato, sono moglie e sono madre di Carlo, sono orgogliosamente terrona ma sono anche felicemente milanese d’adozione. Se qualcuno dovesse chiedermi di descriver me stessa in poche parole questo è quello che direi. Certo, se il conoscente o lo sconosciuto di turno dovesse farmi qualche domanda in più sarei molto ma molto meno ermetica (mio marito mi ripete – scherzosamente – spesso che il dono nella sintesi non mi appartiene).

Basterebbe che mi chiedessero anche solo da dove vengo esattamente che inizierei – cartina geografica dell’Italia meridionale alla mano – a spiegare esattamente da dove vengo, quali “giri” ho fatto nella mia vita e dove sono dislocati i miei affetti più cari (madre, padre, sorella e fratello). Dovrei spiegare che vengo da una città – dove ho vissuto fino ai 17 anni – la quale però, oggi, non ospita più nessun componente del mio nucleo familiare d’origine (zii, nonni a parte).

Dovrei dire che mia madre vive in una città e mio padre vive in un’altra. Come spesso, poi, accade, mi direbbero “ah, vivono in due regioni diverse? Eh per lavoro si fa questo ed altro” e io, facendo spallucce, dovrei rispondere “no, sono divorziati”. Ecco questa frase, queste parole “separazione”, “divorzio” mi hanno perseguitato per (fatemi fare due conti..) più o meno per più di metà della mia vita. Queste due paroline hanno segnato, più o meno, tutta la mia vita.

Dolori, dissapori, lontananza, mancanza, rabbia, insicurezze, ecco queste sono solo alcuni delle conseguenze che quelle due paroline lasciano nella vita chi si trova, inerme o no, a fare i conti con questo macigno. E passano gli anni ma i “danni” di una separazione restano, assumono forme diverse ma stanno lì. Questi sono “danni emotivi”, “danni emozionali” che possono essere alleviati, “trasformati” con il giusto sostegno ma ci sono altri “danni” che potrebbero essere evitati con il giusto sostegno legale nel momento in cui una “ex coppia” decide di tornare ad essere un unicum.

Dico questo perché non di rado mi è capitato di assistere e di ascoltare racconti di persone che, in balia del dolore, hanno fatto scelte sbagliate, per disinformazione o perché hanno preferito non farsi assistere da un legale o hanno preferito optare per “soluzioni di comodo” (che non sto qui a descrivere) ma che lì per lì sembravano giuste – perché prese sull’onda del dolore o nella speranza di una riconciliazione con il partner – si sono trovate a raccogliere (dopo la separazione), insieme ai cocci di un progetto di vita infranto, anche i cocci di accordi di separazione/divorzio a loro non troppo favorevoli.

Il tema “assegno divorzile”, “affidamento dei figli” e “assegnazione della casa familiare”, direi che sono in cima alla lista delle querelle più efferate.

Ed è proprio l’assegno divorzile ad essere stato oggetto di una riforma che, per adesso, ha avuto il sì della Camera e che è in attesa del parere del Senato.

Difatti, facendo seguito ai recenti e sempre più consolidati indirizzi giurisprudenziali che hanno fatto seguito alla sentenza Grilli (n. 11504/2017) della Cassazione e alla successiva pronuncia in materia delle Sezioni Unite (sent. n. 18287/2018), la proposta di legge (ad iniziativa dell’On. Morani del Pd) prevede alcune modifiche all’art. 5 della legge 898/1970 in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell’unione civile. Nel corso degli anni gli orientamenti giurisprudenziali – seppur applicando la normativa – circa l’annosa questione sul come, quando, perché e sul quantum  dell’assegno divorzile sono stati i più svariati.

Un brevissimo excursus su quali principi sono stati applicati dai giudici, negli anni, per la determinazione dell’assegno divorzile:

  • Negli anni 90 fino al 2017 il principio cardine che veniva utilizzato dai giudici per capire come determinare l’assegno “di mantenimento” dovuto da un coniuge all’altro era quello di garantire il mantenimento del tenore di vita avuto in corso di matrimonio, poi
  • dopo il 2017 circa a farla da padrone è stato il principio secondo il quale al coniuge dovesse essere permesso la possibilità di essere autosufficiente economicamente, ancora
  • dal 2018 circa fino ad oggi (pre riforma) i giudici dovevano tenere conto dei sacrifici fatti dal coniuge al quale deve essere pagato l’assegno e quale contributo quest’ultimo ha dato quando il matrimonio era ancora in vigore.

Cosa cambierà con l’approvazione della proposta di legge

Nella sua formulazione originaria, la proposta di legge prevedeva l’elencazione di svariati principi che il Giudice avrebbe dovuto tenere in considerazione nella determinazione dell’assegno divorzile al fine di equilibrare il più possibile l’eventuale disparità (economica) dei coniugi post separazione. Tuttavia, durante la discussione, tale proposta è stata modificata da un emendamento che ha mantenuto solo i criteri e non anche l’obiettivo che aveva posto l’On. Morani a fondamento della riforma, ovverossia l’intento di equilibrare la situazione patrimoniale dei coniugi.

Veniamo al dunque, quali sono i criteri per la determinazione dell’assegno di divorzio indicati nel testo della riforma:

  • la durata del matrimonio;
  • le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • l’età e lo stato di salute del soggetto richiedente (criterio aggiunto a seguito dell’esame in Commissione);
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune;
  • il patrimonio e il reddito netto di entrambi;
  • la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale;
  • l’impegno di cura di figli comuni minori, disabili o comunque non economicamente indipendenti.

Ciò che si nota, in primis è l’abbandono definitivo del criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. Tra i “grandi assenti” c’è anche il criterio del “comportamento complessivamente tenuto da ciascuno in ordine al venir meno della comunione spirituale e materiale”; tale criterio era stato inserito nella proposta nella sua formulazione originaria, poi, però è stato stralciato dalle Commissioni in sede di discussione.

Un assegno “a tempo”.

Ebbene sì, tra le varie novità c’è anche quella che rende l’assegno di divorzio “temporaneo” dal momento che il giudice – già in sede di determinazione dell’entità dell’assegno – potrà “predeterminare la durata dell’assegno nei casi in cui la ridotta capacità reddituale del richiedente sia dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili”. Quindi, il giudice potrà decidere anche per quanto tempo uno dei due coniugi dovrà versare l’assegno all’altro. Questa decisione dipenderà dall’esistenza o meno di circostanze tali da indurre momentaneamente uno dei coniugi in uno stato di bisogno (ad es. disoccupazione etc).

Infine, la riforma precisa anche che qualora in capo al coniuge richiedente si concretizzi una delle seguenti circostanze, tra le quali: (a) nuove nozze, (b) unione civile con altra persona o (c) stabile convivenza (ex art. 1, comma 36, L. n. 76/2016) anche non registrata, il coniuge non dovrà più versare l’assegno divorzile al coniuge richiedente. Tale esonero ha carattere definito e varrà anche nel caso in cui il coniuge richiedente dovesse separarsi/sciogliere il legame con il nuovo compagno e, quindi, nel caso in cui dovesse ritornare ad essere privo di legami.

Nella stragrande maggioranza dei casi con la separazione/con il divorzio i coniugi intraprendono una piccola o grande battaglia che solo in rarissimi casi non porta con sé scie di dolore, di rancore e di profonda amarezza.

La legge ci aiuta ad avere dei punti di riferimento e dei criteri per definire nella maniera più congrua la fine di un rapporto. Tuttavia, ci sono una infinità di sfaccettature e di altri criteri che possono essere dettati, a mio avviso, solo dal buon senso e dall’affetto; quello stesso affetto che, seppur ormai arrivato al capolinea, in passato ha unito due persone e, in alcuni casi, ha dato vita a nuove esistenze.

Ecco, oltre ad applicare pedissequamente la legge, penso che questi dovrebbero essere i criteri che due coniugi che decidono di dividere le loro strade dovrebbero applicare per cercare di limitare gli effetti devastanti che ogni separazione comporta.

Alla prossima!

Oriana Santarcangelo
Oriana Santarcangelo

Riflessiva e chiacchierona cerco di approcciarmi alla vita con lo stupore e la gioia di un bambino. Partita da una terra lontana, sono approdata a Milano per gli studi universitari ed è lì che, poi, sono diventata avvocato. Galeotto fu il codice ed è in uno studio legale che ho conosciuto mio marito. Anche lui avvocato del lavoro. Diversamente da quanto si potrebbe credere, due avvocati possono vivere sotto lo stesso tetto in armonia ed è così che abbiamo deciso di crederci e di creare la nostra famiglia. Sono mamma di Carlo, classe 2018, immatricolato a giugno.

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