Qualche settimana fa è nata Bianca, la splendida bimba di una giovane parente di mio marito. Quando sono andata a trovarla in ospedale sono rimasta molto sorpresa dalla sua mamma: era bellissima e serena e sembrava eccezionalmente forte ed equilibrata.

Ho subito pensato a quanto sia stato diverso per me: dopo ogni parto mi sono sempre sentita al colmo della gioia, ma anche distrutta e fragile. Nel tempo, ho imparato ad accettare quanto il momento del parto sia rivelatore di ciò che noi mamme siamo o siamo state, di tutti i nostri vissuti, presenti e passati. Tutta la nostra storia arriva fino alla nuova vita che stiamo dando alla luce come un’eredità preziosa e complessa.

È proprio per questo motivo che con la mia terza figlia e anche ancor più intensamente con la mia quarta, ho incontrato Marta. Lei è ostetrica da poco più di quarant’anni, ha studiato filosofia alla Statale di Milano, è allieva di Frederick Leboyer, e  si è diplomata in Ostetricia a Firenze nel 1983. Dopo molti anni di esperienza Marta ha fondato nel 1998 la Casa Maternità di Montallegro a Induno Olona.

Tra noi si è creato quasi immediatamente un rapporto di fiducia e grande empatia, un’alleanza tra donne. Per questo per me è stato naturale chiedere a lei le informazioni che volevo su un argomento molto prezioso: lo skin to skin.

M: Che cos’è lo skin to skin?” 

Marta: “ È il primo contatto pelle a pelle che avviene tra madre e bambino la prima volta che i due si incontrano fuori, dopo nove mesi che si sfiorano dentro, dentro la pancia. Quello istante in cui il bambino, che ha appena abbandonato l’ambiente extrauterino, ritrova il suo porto sicuro, la sua mamma, perché ne riconosce il profumo, il suono della voce e il battito del cuore.

M: “Ma è davvero così importante, come dicono?”

Marta: “ Lo skin to skin, il pelle/pelle è il motivo per cui ho deciso di fare l’ostetrica. Perché all’origine della mia decisione ci fu lo studio sul parto naturale e non traumatico, secondo gli insegnamenti di Leboyer (Per una nascita senza violenza, 1976). Io chiamerei lo skin to skin con l’espressione italiana “tu sei mio!”. Infatti, quando il bambino nasce intraprende un viaggio lunghissimo e molto impegnativo alla fine del quale è importantissimo che ci sia qualcuno che lo aspetti. Chi ti aspetta alla fine del viaggio per venire alla luce? La tua mamma. Quella persona che conosci dal primo istante in cui sei venuto alla vita, quella da cui ti aspetti tutto, nutrimento protezione e amore. Quella di cui conosci il profumo e il suono della voce e il battito del cuore. La tua mamma.”

M: “Come si compie veramente lo skin to skin?”

Marta: “ Il bimbo appena nato va lasciato alla mamma senza recidere il cordone ombelicale, non soltanto per tre minuti, ma almeno fino al momento dell’espulsione della placenta, cioè dai 20 minuti alla mezz’ora. In questo modo,  attraverso il cordone arriva il sangue placentare che permette al bambino di entrare nel mondo del respiro dolcemente.

È la natura stessa a insegnarlo: quando ci mostra che tutti i mammiferi hanno bisogno di questo primo fortissimo contatto. La pecora lecca l’agnello per lasciare su di lui il proprio odore, altrimenti non sarebbe  più in grado di riconoscerlo e lo abbandonerebbe. Nelle persone il contatto pelle/pelle forma la diade mamma figlio, che è la prima identità del figlio: creatura in rapporto con la madre, in relazione simbiotica con lei.”

M: “Su quali aspetti della persona influisce questa pratica?”

Marta: “ Studi recentissimi hanno finalmente dimostrato quanto sia veramente fondamentale per la salute fisica e psichica della persona. Introduce il bambino al mondo e alla realtà extra uterina attraverso la relazione essenziale che egli ha con la madre. È dimostrato che il bambino lasciato subito alla madre sviluppa gli anticorpi contro le malattie infettive, sviluppa batteri buoni, i microbiomi presenti nell’intestino. E la salute intestinale è oggi ritenuta la base della salute fisica ed emotiva della persona.

M: “ Quale ruolo affidi alla tua Casa Maternità rispetto a questa nuova consapevolezza sulla nascita? ”

Queste informazioni le diede già F. Leboyer più di 40 anni fa. Per anni non furono tenute in considerazione, poi vennero promosse e sostenute da alcune ostetriche, per poi scomparire nuovamente. Oggi gli studi hanno aggiunto grande consapevolezza in merito all’importanza di certe pratiche. Anche se, nell’esperienza del parto purtroppo prevale ancora la distanza. La fretta i ritmi frenetici in cui sono immerse le nostre vite costringono ad una distanza mamma e figlio che non è naturale. Quella che spesso è la ragione di un allattamento interrotto o addirittura mai cominciato.

La mia Casa Maternità nasce proprio con lo scopo di promuovere questa rivoluzione culturale, di far dialogare, di far riflettere le famiglie che la frequentano per restituire alcuni saperi preziosi. Vorrei che le mamme e i papà potessero trovare qui un luogo dove fare tutte le domande che hanno, quelle che affiorano nel silenzio della notte, quelle di quando ci si sente soli e anche inadeguati.

Perché per dare la vita le mamme stesse hanno bisogno di relazioni empatiche, di poter guardare negli occhi una persona e sentirne il calore, il sostegno. 

Se io lo dico a te, tu lo potrai dire al tuo bambino.

Penso sinceramente che la consapevolezza raggiunta tra il mio primo parto e l’ultimo abbia raggiunto il suo culmine nel mio incontro con Marta. Proprio nell’unico parto che non sono riuscita ad affrontare, a vivere. Eppure l’accettazione di questa mia debolezza, così accolta e valorizzata nel rapporto e nel sostegno di Marta ha illuminato tutto il resto, tutto il prima e tutto il dopo.

Matilde è nata con un cesareo d’urgenza e l’ha abbracciata la prima volta il suo papà; Pietro è nato benissimo, ed i nostri cuori pulsavano all’unisono; Maria è nata nel dolore profondo minuscola e fortissima, e Adele è nata nella gioia di un cesareo programmato per paura. Quante contraddizioni, quante fragilità e insieme quanta maestosa forza ha dare la vita.

Ringrazio infinitamente Marta perché con il suo lavoro ha saputo trasmettermi la certezza che non mi avrebbe lasciata sola, neanche nella notte più scura.

Manuela Giuby
Manuela Giuby

Vengo da dove si giocava nei prati, e da dove crescevano i mughetti, bianchi, timidi e sognanti. Poi ho incontrato Lei: la città. La laboriosa, generosa, eclettica Milano. Ho studiato lettere e divorato la letteratura, ho indossato un naso da clown e ho sognato con il teatro, ho scoperto di avere un’anima caleidoscopica e vivace. Milano l’ho portata con me e sono tornata a vivere in un mondo piccolo, per amore! Per seguire un travolgente amore! Oggi insegno, cucino gluteenfree, amo pazzescamente la moda, la letteratura e la mia rumorosa famiglia. Ho quattro figli stupendi, tutti con gli occhi belli del loro meraviglioso papà. Manuela detta Giuby

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.