Emergenza sanitaria.
Contagio.
Paziente 0.
Falso negativo.
Falso positivo.
Polmonite.
Epidemia.
Pandemia.

Questi sono solo alcuni dei termini che ci stanno aggredendo notte e giorno da più di due settimane a questa parte.

Chiaro, l’emergenza è iniziata molto prima ma, “non a casa nostra” quindi il problema non era il nostro, dicono i più.

Eppure eccoci qui ora, viviamo le ore della paura, le ore dell’incertezza, le ore del “day after” dopo che il decreto che è stato emanato il 2 marzo appena trascorso ed ha prodotto i suoi effetti in ogni casa, in ogni famiglia, almeno si spera!

Dico così perché troppo spesso ascolto, con non poco dispiacere, lo ammetto, discorsi di persone che minimizzano lo stato attuale di emergenza sanitaria (l’abbiamo detto prima, è proprio la parola in cima alla lista).

Eppure è notizia dell’ultima ora, l’Organizzazione Mondiale della Sanità è pronta a pronunciare la parola che terrorizza tutti e che finora è stata impronunciabile: pandemia.

Non starò qui a dibattere su ciò che è il virus, non ne ho le competenze: sono un avvocato non un virologo; non starò qui a dibattere su ciò che è la degenza e il decorso dei malati, non ho le competenze: sono un avvocato non un medico; non starò qui a riportare e ad analizzare le statistiche, non ne ho le competenze: sono un avvocato non un statistico; non starò qui a discutere sul buon operato o meno dei media, anche per questo non ho le competenze: sono un avvocato non una giornalista; non starò qui a disquisire sugli effetti che questo rallentamento italiano sta già avendo sull’economia italiana, non le ho competenze: sono un avvocato non un economista.

Posso avere delle idee ma sono mie e sono assolutamente poco oggettive perciò un po’ tutti, a mio avviso per evitare di esasperare gli animi e di inasprire gli spiriti, dovremmo fare un bagno di umiltà e cercare di fare più che di parlare, di ascoltare chi ha studiato la situazione attuale e ha preso, per il bene collettivo, dei provvedimenti. Non saranno le chiacchiere da bar a migliorare lo stato attuale che ci troviamo a fronteggiare.

Ho letto il Decreto Legge del 2 marzo 2020 n. 9.

E molti si sono chiesti come viene affrontato il tema lavoro in questa situazione di emergenza? Andare o non andare a lavoro visto il rischio contagio?

Nei Comuni che si trovano nella ormai tristemente famigerata zona rossa molte attività lavorative sia private che pubbliche, sono state obbligatoriamente sospese. Tuttavia, come si è avuto modo di notare, tale sospensione ha interessato anche altre zone geograficamente poste al di fuori della zona rossa (perché riguarda lavoratori sottoposti a misure restrittive magari provenienti dalla zona rossa oppure in quarantena perché venuti in contatto con persone infette).

Le domande più frequenti che ho raccolto in questi giorni riguardano, essenzialmente, il trattamento retributivo di lavoratori che per via del coronavirus non eseguono la prestazione lavorativa: chi paga la sospensione? E se la sospensione del lavoro o di alcuni lavoratori è disposta dall’impresa per fini di prevenzione, cosa accade?

Ecco uno specchietto riassuntivo che racchiude le principali situazioni/soluzioni in tema di assenze dal lavoro collegate al coronavirus:

Situazione Trattamento Note
il lavoratore è residente in uno dei Comuni (es: Codogno) raggiunti da ordinanze restrittive (es: divieto di uscire di casa) Assenza giustificata con diritto del lavoratore alla retribuzione  
Il lavoratore presenta sintomi ed è in quarantena Assenza giustificata Il lavoratore gode del trattamento di malattia
il lavoratore si pone in quarantena volontaria per fondato timore di contagio (es: viaggio in Cina) Assenza giustificata con diritto alla retribuzione tale condizione permane fino alla decisione della pubblica autorità sull’effettività del rischio
il lavoratore ha paura del contagio e pur non rientrando nelle fattispecie esonerate come da Decreto dal lavoro, non si presenta a lavoro Assenza ingiustificata Possibile sanzione disciplinare

 

Il Decreto Legge 9/2020 aggiunge poi esclusivamente per i dipendenti pubblici, che le assenze dovute alle misure di contenimento del contagio sono da considerare come servizio ordinario e regolarmente retribuite (viene meno solo l’indennità di mensa).

È chiaro che quanto detto finora non esclude la possibilità per il datore di lavoro la cui impresa privata non è coinvolta dai provvedimenti restrittivi di cui sopra, di autogestirsi e di decidere come “combattere” nel proprio piccolo il contagio.

Come? Signori e signore (mi rivolgo ai datori che leggono), ecco a voi lo strumento: SMART WORKING.

Finora ho detto che non mi sono espressa su argomenti per i quali non ho le competenze (lo ripeterò fino allo sfinimento come un mantra, magari scuote un po’ di coscienze) ma in questo caso, vista la tematica, qualcosa voglio precisarla.

Penso davvero che si possa affermare senza se e senza ma che: lo smart working può davvero essere il primo, primissimo gradino nella scala dei provvedimenti che – a mio avviso – i datori di lavoro, per determinate tipologie di prestazioni professionali (chiaro, questa misura si può applicare al lavoratore che, per la tipologia di prestazione professionale, può lavorare da remoto) dovrebbero prendere come un dictat.

Lo smart working in questo momento di confusione, in questo momento storico nel quale sembra che ogni passo in più fatto possa essere un tassello in più verso la diffusione esponenziale del virus, può davvero essere decisivo.

Difatti, come ha sottolineato Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, «Lo Smart Working non può essere la soluzione per “bloccare” l’epidemia ma, con l’impegno di tutti, può rappresentare una misura per ridurre rischi, attenuare disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare. I lavoratori, e soprattutto coloro che sono già Smart Workers, devono restituire il credito di fiducia dimostrando autonomia, impegno e senso di responsabilità».

Ma veniamo al dunque e vediamo cosa dispone il Decreto Legge all’articolo 1, comma 1 lettera n) in tema:

la modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18  a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81 può essere applicata, per la durata dello stato di emergenza di cui alla deliberazione del Consiglio dei ministri 31 gennaio 2020, dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato, nel rispetto dei principi dettati dalle menzionate disposizioni, anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti; gli obblighi di informativa di cui all’articolo 22 della legge 22 maggio 2017, n. 81, sono assolti in via telematica anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro”.

Di lavoro agile già ne avevamo parlato “inter nos” tra e per le mamme in tempi non sospetti, il 31 maggio 2019 (per le mamme che non l’avessero letto ecco il link).

Allora avevamo parlato dei termini e delle condizioni alle quali devono fare riferimento le mamme per poter richiedere il sacrosanto e anelato (n.d.r.!!) smart working.

Ciò che già allora avevamo specificato, la condicio sine qua non per poter richiedere al proprio datore di lavoro lo smart working era la preventiva sottoscrizione tra datore e lavoratore di accordi individuali all’interno dei quali venivano determinati i tratti salienti dello svolgimento del lavoro agile (v.di art. 19, comma 1 e ss. Della legge n. 81/2017).

Tuttavia ciò che è davvero importante, è che il Decreto Legge n. 9/2020 ha fatto venir meno tale condicio sine qua non, pertanto, potranno ricorrere al lavoro agile tutte le aziende private che lo ritengano opportuno.

Perciò, facciamo tutti uno sforzo, certo, ci stanno chiedendo di andare indietro nel tempo e di “tradire” i dettami e le conquiste che abbiamo ottenuto con il progresso sociale, economico e chi più ne ha più ne metta chiedendoci di limitare la vita sociale, di evitare luoghi affollati, chiedendo a chi ha attività lavorative e produttive collegate al pubblico, di applicare norme straordinarie in conformità alle nuove “distanze di sicurezza” tra un soggetto e un altro, disposizioni che  potrebbero portare – nel peggiore dei casi – alla chiusura momentanea delle stesse ma, pensiamoci, ciò facciamo oggi produrrà effetti domani e, purtroppo, quando in dubbio è la salute, questa dovrebbe essere il bene primario da tutelare.

Inutile dire che ciò che si spera e ciò che ci si attende è che le nostre Istituzioni riescano anche ad arginare e prendere seri provvedimenti per risolvere tutte le conseguenze devastanti che l’economia (latu sensu) dovrà sostenere.

E, diciamocelo, mamme, genitori tutti, speriamo davvero che le Istituzioni pensino anche, tra le mille cose che hanno da fare/decidere/risolvere (n.d.r. per chi se lo stesse chiedendo, no, non sono ironica) anche un po’ a noi e alla nostra economia casalinga messa a dura prova da rette del nido da pagare ugualmente nonostante la sospensione dei servizi scolastici (fino a nuovo ordine), ore di lavoro delle tate in continuo aumento per poterci permettere di lavorare da remoto e continuare a produrre per non bloccare del tutto questo Paese.

Teniamo duro!

Oriana Santarcangelo
Oriana Santarcangelo

Riflessiva e chiacchierona cerco di approcciarmi alla vita con lo stupore e la gioia di un bambino. Partita da una terra lontana, sono approdata a Milano per gli studi universitari ed è lì che, poi, sono diventata avvocato. Galeotto fu il codice ed è in uno studio legale che ho conosciuto mio marito. Anche lui avvocato del lavoro. Diversamente da quanto si potrebbe credere, due avvocati possono vivere sotto lo stesso tetto in armonia ed è così che abbiamo deciso di crederci e di creare la nostra famiglia. Sono mamma di Carlo, classe 2018, immatricolato a giugno.

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