Casa dolce casa, è proprio il caso di dirlo. In questi giorni di grande solitudine, ognuno di noi chiuso nel proprio tepore, nella propria piccola vita, la casa è la nostra armatura. Sono in maternità, il mio isolamento è al sicuro con i miei figli e mio marito. In questo nostro spazio ristretto, che è diventato così intimo e inviolabile, sembra sempre sabato, come dice Greg, che a quasi 4 anni sprizza di gioia perché siamo sempre tutti insieme, papà compreso. In effetti abbiamo perso la nozione del tempo.

Stretta fra le persone che amo, anche io sono felice. Dopo 11 anni insieme, io e Edo continuiamo a ironizzare sui difetti reciproci e sappiamo riderne insieme. Il tempo che trascorriamo l’uno con l’altro è un tempo di qualità, e per me non è mai abbastanza. Inoltre, come genitori di due bambini piccoli siamo abituati all’isolamento, avendo deciso di organizzare le nostre giornate intorno alle esigenze dei piccoli, e alle loro routine. I loro ritmi sono diventati i nostri, e questo mal si concilia con una ricca vista sociale.

A pensarci bene sono meno sola di qualche mese fa, quando Edo non aveva orari e a sera mi trovavo ad aspettarlo con due bambini piccoli da nutrire, far giocare e preparare per la nanna. Tornerò volentieri alla vita di prima, ma questi momenti solo nostri mi mancheranno. Mi aspettavo qualcosa di diverso da questa mia seconda maternità, soprattutto ora, con l’arrivo della primavera e dopo aver fatto i primi vaccini a Martino.

Ma posso fare la mamma a tempo pieno, vedo Greg crescere giorno dopo giorno, accettare il nuovo equilibrio, capire che dovrà dividermi con qualcun altro. Nessuno mi ridarà questi momenti lenti, questo spazio senza tempo. Martino ha già 3 mesi e io ho una gran malinconia dei primi giorni. Ho paura che cresca troppo in fretta. Mi piace avere un bebè fra le mani. So di essere fortunata! Come me, lo sono tutte le persone che vivono questi miei stessi privilegi. Perché si, ci sono anche piccole case sovraffollate, diventate all’improvviso ancora più anguste. Ci sono case violente, famiglie distanti pur nella vicinanza, persone che stanno vivendo questa battaglia da sole.

Questo virus è causa nostra?

Noi che ingordi egoisti irresponsabili ci siamo presi tutto senza dar niente in cambio. Senza porci un freno. Senza pensare che ci sarebbe stato un prezzo da pagare. Per noi o per le generazioni future. Chissà quando ci riapproprieremo di quello a cui eravamo abituati e che abbiamo dato per scontato….

L’altro giorno ho scoperto Greg che, fuori sul balcone, attaccato alla ringhiera, guadava fuori. Per fortuna è un pigrone, ama stare in casa a giocare (soprattutto nella brutta stagione facciamo una fatica incredibile per convincerlo a uscire), quindi un attimo dopo era già dentro con le sue macchinine senza lamentarsi. Eppure io, in quell’attimo, ho avvertito chiara la mancanza della libertà di muoverci, uscire, incontrare gli altri. Più duro ancora è dover negare libertà e socialità ad un bambino.

A mente lucida penso che la mia generazione questa epidemia se la meriti. Purtroppo a farne le spese sono gli anziani, quelli che certe sofferenze le hanno già conosciute. Noi no. Non sappiamo cosa sia la guerra, la fame, il freddo, la privazione, la paura. Noi che viviamo sicuri nelle nostre case. Noi che abbondiamo di cose eppure ci lamentiamo. Noi che ci permettiamo di mettere in discussione persino certe conquiste come i  vaccini. Noi che abbiamo dimenticato di quanto sia bello un cielo al tramonto. Il mare. Le montagne innevate. Fa bene in questi giorni scoprire che la natura si sta riprendendo i propri spazi coi delfini che si spingono fin dentro ai porti, i conigli si aggirano indisturbati per i parchi di Milano, i lupi per le montagne senza sciatori e i canali di Venezia, improvvisamente limpidi, lascino intravedere una moltitudine di pesci. Le città cosi vuote sono ancora più belle. Sembrano riemergere dopo anni di soprusi e violazioni con ancora più forza, in modo potente.

Per qualcuno questo virus arriva nel momento giusto. Penso alle aziende in difficoltà ben prima che scoppiasse l’emergenza sanitaria, agli studenti che avranno garantita la promozione, a chi potrà rimandare decisioni che non aveva voglia di prendere, a tutte quelle persone che avevano bisogno di un momento di stop, di una pausa di riflessione per ripensare se stessi. A chi ci governa, che potrà immaginare un paradigma diverso. Forse porterà nuova linfa e idee nuove. Una nuova mentalità. Io stessa cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno: se questa pandemia fosse scoppiata l’anno scorso, con due genitori fuori e dentro gli ospedali per mesi, per me sarebbe stato peggio. Mia sorella, in maternità come me, può godersi il suo isolamento in campagna, insieme a mia mamma.

Con il sole decidiamo di scendere in cortile. Siamo soli, quindi siamo tranquilli, le distanze saranno rispettate, a casa non ci porteremo niente. Martino dorme beato nella carrozzina, Greg gioca con quel poco di sabbia che trova fra una mattonella e l’altra come se fosse in spiaggia. I vicini ci guardano dal balcone – eh si, in questi giorni ci siamo scoperti l’uno l’altro. Abbiamo imparto a salutarci, a darci un nome. Hanno occhi sognanti. In effetti è una scena meravigliosa: un neonato e un bambino che per qualche ora si riappropriano della propria libertà, dello spazio oltre le mura domestiche. Credo restituisca un po’ di buonumore a tutti. C’è un silenzio assordante. Che bella sensazione, l’aria sul viso.

Questa solitudine forzata aguzza ingegno e creatività: con gli stessi giochi Greg ogni settimana riesce ad inventarsi storie nuove. I bambini hanno risorse infinite, non dovremmo scordarcelo mai. La verità è che è felice. E’ felice in casa, sul balcone, in cortile. E’ felice e spensierato, pare non sentire la mancanza dello spazio fuori dal cancello, di qualche amico, dell’asilo o dei nonni, che pure sente con regolarità e ai quali manca da morire. L’assenza prolungata della scuola preoccupa più me che lui, perché so quanto sia importante che impari a rapportarsi con gli altri e condividere regole ed esperienze.

Ho sentito più volte paragonare questo momento difficile a una guerra. Vorrei dissentire. La maggior parte di noi fa la sua parte restando a casa. C’è una bella differenza. Preferisco essere qui che sotto le bombe in Siria. La guerra semmai è negli ospedali. Improvvisamente medici, infermieri e tutto il personale sanitario, da settimane in prima linea per fronteggiare l’emergenza, sono come soldati al fronte: loro sono la paura e lo scoramento di contaminarsi, di vivere lontano dai propri affetti o al contrario di contagiarli, di sentirsi impotenti di fronte ai morti. Un medico non dovrebbe poter salvare gli altri, piuttosto che rischiare la sua stessa pelle? Speriamo che in quella loro trincea siano meglio equipaggiati dei nostri Alpini nella campagna di Russia! Vogliamo eroi non martiri. Quanto era bello quando gli ospedali erano luoghi sicuri in cui rifugiarsi in caso di necessità. Ora sono lazzaretti dai quali è meglio tenersi lontano.

Quei medici e infermieri che oggi vediamo stravolti alla TV, che ci lanciano messaggi dai social, hanno un’incredibile bisogno di sentirci vicini. Che belli questi nostri nuovi miti con camice e mascherina. Tutti loro hanno oggi hanno un volto più umano. Finalmente merito e competenza hanno il sopravvento: abbiamo ridato importanza e dignità agli uomini di scienza. Strano, eh?!

Mentre scrivo sta passando vicino a casa un’auto di carabinieri, con l’inno d’Italia a tutto volume. Deve essere partito il flashmob di cui avevo letto da qualche parte. Mi vengono le lacrime agli occhi. Che bello quando sappiamo unirci e fare comunità. Che bello quando cantiamo e balliamo, anche se c’è poco da ridere. Chissà per quanto ancora riusciremo a farlo senza sentirci, all’improvviso, in trappola, senza avvertire le conseguenze economiche che tutto questo avrà su ognuno di noi, soprattutto su quelle persone prive di ammortizzatori sociali.

In questa storia ci sono due Italie: la prima è quella dei ritardi, del pressapochismo, delle divisioni. La solita Italia a cui siamo abituati. Accanto a questa io ci vedo una nuova Italia, più forte della prima.

E’ l’Italia dell’ingegno, che trasforma le maschere da snorkeling di Decatlon in respiratori, è l’Italia dell’industria che converte le proprie produzioni e si mette al servizio del Paese, è l’Italia dei volontari, è l’Italia che si rimette in gioco, che resiste, che ripartirà. La prima io me la sono già dimenticata. Ci voglio credere.

Questo virus ci rende tutti uguali, tutti inermi di fronte alla stessa minaccia, tutti importanti allo stesso modo. Se uno cede, cadiamo tutti. Sarebbe bello ricominciare, quando tutto sarà finito, mettendo a frutto le cose che abbiamo imparato, che stiamo imparando gli uni dagli altri.

Il valore della solidarietà, della pazienza, dell’attesa, della speranza, del fare squadra, della rete. Il senso di appartenenza a una comunità, piccola o grande che sia. Una nuova scala delle priorità. Una nuova umanità in cui ci teniamo tutti per mano. Potremo dire di aver vinto questa battaglia solo se sapremo fronteggiare il dopo emergenza con la stessa determinazione, consapevolezza, spirito di sacrificio che stiamo mostrando in questi giorni. Solo se riusciremo a valutare i meriti, le colpe e le responsabilità con lo stesso coraggio e una nuova oggettività. Solo se continueremo a mettere davanti a tutto merito e competenza come quelle a cui ci appelliamo, disperatamente, oggi.

Elena Asteggiano
Elena Asteggiano

Sono nata e cresciuta a Bra, ridente cittadina fra le colline piemontesi, nota per lo Slow Food e qualche prelibatezza locale. A 19 anni ho salutato famiglia e amici per andare a studiare pubbliche relazioni a Milano, dove a parte alcune altre parentesi fruttuose, sono rimasta per 12 anni. Poi sono tornata…perché al cuore non si comanda, e da allora seguo con dedizione l’attività di famiglia, ritagliandomi, quando posso, qualche piccola collaborazione ufficio stampa e pr da freelance. Le mie grandi passioni sono cavalli e barche a vela, che per me vogliono dire relax e libertà, anche se sono e rimango una ballerina, perché la danza e il palcoscenico, che insegnano sacrificio, dedizione e passione, rimangono dentro, a qualunque danzatore, per sempre. Sono moglie e mamma felice di due bambini piccoli. Da quando ci sono loro i miei post sono infarciti della loro presenza. La vita si è fatta più complicata ma è anche più piena, e io mi sento una privilegiata e una persona molto fortunata.

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