Non so se andare al museo va ancora di moda. Ma il fatto è che io sono una mamma dal cuore vintage e a me i miei bambini piace portarli al “museo”. Tantissimo.

Non saprei dire se in me si fa più spazio lo scenario romantico– avventuroso – rassicurante – americano di Una notte al museo, oppure il ricordo speciale di un testo di uno storico dell’arte e filosofo, tale W. Benjamin, che lessi durante l’università. Di sicuro però, quando io penso al museo non immagino stanze polverose e cupe, ma inizio a progettare un viaggio, emozionante e fantastico verso qualcosa di nuovo. Questo credo sia il motivo per cui, ogni volta che desidero fare qualcosa di speciale con i miei figli io penso a un viaggio, in una bella città, dentro a un museo.

Questa volta l’occasione è stato il bisogno di recuperare un pochino di tempo insieme. Dopo alcuni mesi in cui si  sono susseguite una dopo l’altra giornate davvero frenetiche, io avevo bisogno di trascorrere una giornata con loro. Interamente dedicata a loro. Visto che i musei varesini li conosciamo già un pochino, questa volta abbiamo scelto Il museo Nazionale della Scienza e della Tecnica a Milano.

L’ organizzazione è stata semplice: il sito web del museo offre le informazioni essenziali, orari e giorni di apertura ( lunedì chiuso, il resto della settimana aperto dalle 9,30 alle 17,00, sabato e domenica aperto fino alle 18,00), costo del biglietto (intero 10 euro, ridotto – ovvero dai tre ai 26 anni – 7,50 euro), informa che la prenotazione non è obbligatoria,  e spiega come raggiungerlo (M2, linea verde, fermata Sant’Ambrogio).

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Noi siamo partiti da Varese, in treno, con il pranzo al sacco: paninetti, succhi, dolcetti vari, libretti da leggere durante il viaggio. Ovviamente colazione al bar. È una regola, una vera coccola, prima di ogni viaggio. Siamo arrivati a Milano, stazione Milano Porta Garibaldi e da li abbiamo preso il metrò. In un’ora e trenta circa eravamo a destinazione.

A seguire qualche appunto dal mio taccuino di viaggio.

– cosa aspettarsi: è un luogo antico. Insieme ai biglietti ci hanno consegnato una mappa di carta, gialla. Gli ascensori sono nascosti tra le stanze e noi abbiamo fatto cento volte le scale prima di scovarli. Si fa fatica a capire cosa vale la pena guardare prima e cosa non guardare del tutto. Il massimo della tecnologia sono degli schermi touch screen con dei giochi interattivi per bambini che almeno sanno già leggere. Ma questo è il bello. E’ un luogo in cui bisogna entrare,che possiede una sua logica così. Una volta scoperte le regole, il museo si svela. E la meraviglia di quel luogo è che è lento ed enorme.

– cosa cercare: i miei bambini grandi hanno dieci, otto e quattro anni. Sono una femmina, un maschio, una femmina. Si aspettavano di vedere dinosauri veri, forse mio figlio sperava anche vivi. Perché museo chiama dinosauro. Eppure ci siamo fermati per più di quattro ore. E la sera a cena al papà hanno fatto un elenco copiosissimo di cose belle da rivedere: le postazioni del telegrafo funzionanti, la cabina telefonica a gettoni, il telefono grigio con il disco selettore che funziona davvero, il frammento di luna, le tute da astronauti, le postazioni per lanciare i razzi, il telescopio, le tv antiche, le radio, e poi gli elicotteri, le navi con le scialuppe di salvataggio, i cannoni, gli aerei, la stazione dei treni a vapore, le locomotive a carbone, il tram a cavalli e dulcis in fundo un sommergibile. Vero. Ed anche questo Enorme.

come fare: è utilissimo sapere che esiste all’interno del museo un’ampia zona pic nic. Si tratta di un’ampia zona ristoro, raggiungibile con i passeggini o carrozzelle perché pur essendo al primo piano è collegata agli altri piani con l’ascensore. È organizzata con tavolini, sedie e anche qualche seggiolone. Lì si può tranquillamente consumare il proprio pranzo al sacco. Inoltre ci sono quattro o cinque distributori di cibi e bevande calde e fredde. Le macchinette danno il resto, così non si ha il problema di dover cambiare prima la moneta. C’è un’ampia scelta di cibi che varia tra sandwiches  a snacks  chewing gum, acqua e caffè. Assaggiati e approvati. Esiste una piccola nursery  che non abbiamo ispezionato, ma la toilette era abbastanza pulita. Ma è utile sapere che per chi lo preferisse è possibile con un solo ingresso uscire per la pausa pranzo e rientrare nel museo per continuare la propria visita. Infine, è utile anche sapere che di fronte all’uscita di via Olona c’è un piccolo supermarket, dove organizzare una eventuale pranzo al sacco improvvisato.

il fattore umano: credo di poter dire con certezza che per i miei bambini sia stata un’esperienza indimenticabile. Il viaggio in treno, la metrò, la città frenetica e rutilante e le numerose cose viste e provate. Tra tutte queste cose penso che ce ne sia una che vale più di tutte le altre. Non saprei dire se ciò sia dovuto al fatto che si tratti di un luogo senza tempo, o se sia dovuto invece al fatto che sia un luogo di cultura viva, però, è certo che  il  fattore umano ha fatto la differenza. A metà del nostro peregrinare eravamo così disposti: telefono della mamma , unico telefono della combriccola, completamente scarico; sulla mappa voci interessanti di cose da vedere, per noi introvabili , e già cercate a lungo; figlio maschio innervosito. Proprio a quel punto del nostro viaggio sono successe ben tre cose davvero degne di nota: la signora della reception ha custodito e ricaricato il telefono della mamma, abbiamo scoperto che il museo è dotato di un nutrito numero di signori volontari che ti accompagnano gratuitamente per le vie del museo verso le tappe più adatte al gruppo e più interessanti. Sono gialli come la mappa e gentili sul serio. I signori e le signore custodi delle stanze non sono adibite a guardare in cagnesco i visitatori, bensì a soddisfare le loro richieste più astruse, anche quelle di bambini curiosi. Spaziano da Tute da palombaro alla Leonardo Parade e non hanno paura di pilotare un elicottero per finta. Provare per credere!

Manuela Giuby
Manuela Giuby

Vengo da dove si giocava nei prati, e da dove crescevano i mughetti, bianchi, timidi e sognanti. Poi ho incontrato Lei: la città. La laboriosa, generosa, eclettica Milano. Ho studiato lettere e divorato la letteratura, ho indossato un naso da clown e ho sognato con il teatro, ho scoperto di avere un’anima caleidoscopica e vivace. Milano l’ho portata con me e sono tornata a vivere in un mondo piccolo, per amore! Per seguire un travolgente amore! Oggi insegno, cucino gluteenfree, amo pazzescamente la moda, la letteratura e la mia rumorosa famiglia. Ho quattro figli stupendi, tutti con gli occhi belli del loro meraviglioso papà. Manuela detta Giuby

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