Disegno di legge Pillon: spinta innovativa o processo di regressione?

15 Marzo 2019Oriana Santarcangelo

Ieri ho avuto l’ennesima conferma di quanto noi donne possiamo fare voli rocamboleschi, di quanto possiamo sforzarci ma, purtroppo, fin quando non ci sarà un vero e proprio riassetto societario, le donne, noi donne saremo sempre delle “diverse”, il “sesso debole”, trattato con più sufficienza, con più pressapochismo, con più superficialità. C’è chi “usa i guanti” e ti fa capire il concetto per vie traverse e chi, invece, perché più ignorante o solo perché più sfacciato, te lo sbatte in faccia con violenza e con (davvero) poca grazia ma il succo è quello..

Non starò a raccontarvi il perché e il per come di cosa sia successo, non è questo il luogo, tanto sono convita che almeno una volta nella vostra vita avrete vissuto in prima persona o avrete assistito, quali spettatrici, ad una piccola o grande ingiustizia, una piccola o grande cattiveria nei confronti delle donne, il mio è solo un voler condividere qualche spunto di riflessione.

Quindi, dopo una giornata oggettivamente complicata e carica di amarezza, prendo posto sul divano accanto a mio marito e, tra una chiacchiera e l’altra, guardiamo di sfuggita, a volume basso, uno di quei programmi che accendono dibattiti politici. Sul monitor della tv compare la seguente scritta che racchiude il senso del dibattito disegno di legge Pillon: davvero utile a salvare il matrimonio?” e sul grande schermo compare, in collegamento, un faccione che sembra essere familiare, ci penso un po’ ed esordisco chiedendo a mio marito: “ma Enzo Miccio ora si preoccupa di salvare i matrimoni oltre che di organizzarli?”. Alziamo il volume, prestiamo attenzione. Ecco, chiaramente non si tratta di Enzo Miccio. Il faccione in questione è del senatore Simone Pillon appartenente alle liste della lega ed è in trasmissione per presentare/difendere il disegno di legge (cd. ddl) n. 735 (meglio conosciuto come ‘ddl Pillon’) da lui redatto. Il disegno di legge in questione ha come tema quello dell’affido condiviso del/i figlio/i e del loro mantenimento ed è in discussione in questi giorni al Senato. Dopo aver ascoltato attentamente tutta la trasmissione ho fatto le dovute ricerche e ho letto, per intero, il testo del disegno di legge Pillon, in tutti i suoi articoli. Ora, a prescindere dalle ideologie politiche di ciascuno di noi, trovo che il ddl Pillon dia molteplici spunti di riflessione e penso sia utile fare un approfondimento sui punti salienti in modo da avere un po’ più di chiarezza su quali sarebbero le conseguenze in caso di separazione dei coniugi. Oggi, quindi, non parleremo di diritto di lavoro ma in quanto donna, moglie, mamma e avvocato trovo interessante – oltre che utile – fare un approfondimento sulle conseguenze legali che investirebbero le famiglie qualora il ddl Pillon diventasse legge.

Il disegno di legge in breve: il disegno di legge n. 735 è composto da 24 articoli, vediamo, in breve, le novità/modifiche che andrebbe ad introdurre. In estrema sintesi le modifiche essenziali sono:1. l’obbligo di esperire il preventivo tentativo di mediazione a pagamento in caso di separazione;2. sul tema dell’affido dei minori, la parità di entrambe le figure genitoriali sia dal punto di vista del tempo che del rapporto genitore-figlio;3. il contrasto alla “alienazione genitoriale”;4. il mantenimento economico del figlio in forma diretta.

1. Obbligo di esperire il tentativo di mediazione a pagamento.
Il ddl, all’articolo 1 prevede, in particolare, di introdurre la mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni “a pena di improcedibilità”, motivo per il quale qualora i coniugi decidessero di adire direttamente la magistratura – senza, quindi passare dal mediatore – , il giudice dovrebbe “rimandare indietro” la coppia al fine di esperire prima il tentativo di mediazione affidandosi ad un mediatore che avrebbe l’obiettivo di “salvaguardare per quanto possibile l’unità della famiglia”. Sempre all’articolo 1 vengono indicate quali figure professionali possono ricoprire il ruolo di mediatori (tra i quali ad esempio, avvocati, psicologi etc).Ciò che è giusto sottolineare è che all’articolo 4 viene precisato che la mediazione è a pagamentoed è totalmente a carico dei coniugi – tranne il primo incontro che è gratuito -.Veniamo al dunque e spieghiamo come dovrebbe svolgersi questa mediazione. L’articolo 3 è sufficientemente chiaro e, al suo interno, viene indicato che (a) la durata delprocedimento di mediazione può essere al massimo di sei mesi; (b) che i genitori possono decidere, dopo il primo incontro, di procedere in autonomia e di escludere i loro legali; (c) e l’accordo raggiunto durante la mediazione (cosiddetto “piano genitoriale”) deve essere omologato dal tribunale entro 15 giorni. Inoltre, il piano genitoriale deve contenere, tra le tante, alcune informazioni molto dettagliate quali ad esempio: (i) quale scuola frequenta il bambino/i, o (ii) quali luoghi frequenta/no abitualmente, nonché (iii) l’indicazione delle frequentazioni di amici e parenti e (iv) quali sono le sue/loro attività extra scolastiche.
2. Parità di entrambe le figure genitoriali sia dal punto di vista del tempo che del rapporto genitore-figlio
L’articolo 11 prevede che “indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori” il minore ha diritto a mantenere “un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e la madre, a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali e a trascorrere con ciascuno dei genitori tempi adeguati, paritetici ed equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale”.Sempre all’articolo 11, il ddl prevede che il giudice debba assicurare il diritto del minore di trascorrere “tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, con ciascuno dei genitori. Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre”. Tale ripartizione del tempo verrebbe meno solo nel caso di “comprovato e motivato pregiudizio per la salute psico-fisica del minore in caso di: 1. violenza; 2. abuso sessuale; 3. trascuratezza; 4. indisponibilità di uno dei due genitori; 5. inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore”. Pertanto stando a quanto descritto e previsto dal ddlPillon, il bambino dovrebbe trascorrere, in un mese, due settimane presso la casa di un genitore e due settimane presso la casa dell’altro genitore, avrebbe quindi un vero e proprio “doppio domicilio”. Difatti è stato espressamente precisato – sempre all’articolo 11 – che anche nelle comunicazioni scuola famiglia, ad esempio, sarà onere della scuola indirizzare ogni comunicazionead entrambi gli indirizzi di domicilio del bambino.
3. Contrasto alla cosiddetta alienazione genitoriale
Secondo quanto sostiene il senatore Pillon, il ddl n. 735 sarebbe stato redatto al fine di contrastare la cosiddetta “alienazione genitoriale” ovverossia quella particolare condotta posta in essere dal genitore – che spesso coinciderebbe con il genitore affidatario – (definito “genitore alienante”) nei confronti dell’altro genitore (definito “genitore alienato”) al fine di allontanare da quest’ultimo il figlio. Pillon individua nel genitore alienato, il più delle volte, il padre e, quindi, dichiara che si verificherebbe un “contestuale eccessivo rafforzamento del ruolo dell’altro genitore». Al fine di “porre rimedio” a tale situazione, all’articolo 9 il ddl prevede che il giudice può punire con la decadenza della responsabilità genitoriale o con il pagamento di un risarcimento danni le “manipolazioni psichiche” o gli “atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento”. Tuttavia, come previsto dagli articoli 16 e 17 del ddl, qualora il figlio minore manifesti“comunque” rifiuto, alienazione o estraniazione verso uno dei genitori, “pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori” stessi, il giudice può prendere dei provvedimenti d’urgenza, quali ad esempio: (a) la limitazione o la sospensione della responsabilità genitoriale, (b) l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore, e anche (c) il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata.
4. Mantenimento economico del figlio in forma diretta, senza automatismi
Il ddl Pillon è intervenuto anche relativamente al mantenimento dei figli preferendo il mantenimento diretto al “classico” assegno di mantenimento in favore del figlio che il genitore non convivente con il figlio deve corrispondere al genitore convivente. In pratica, qualora dovesse essere approvato il disegno di legge, dal momento che i genitori dovrebbero convivere con il figlio almeno 12 giorni (quindi un tempo pressoché equipollente), ogni genitore manterrà direttamente il figlio per i giorni di competenza, in questo senso si parla di mantenimento in forma diretta “in misura proporzionale al proprio reddito (…) considerando il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori”. Sparirebbe inoltre la cifra forfettaria stabilita automaticamente, sostituita da un importo calcolato ad hoc sui figli e sul progetto che i genitori hanno su di loro e sul tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.

Dopo aver fatto una carrellata di quelle che sono le modifiche/novità essenziali del disegno di legge ripeto, ancora una volta, al di là di quello che è l’orientamento politico di ognuno di voi, non può non notarsi che, in tutti i concetti sommariamente esposti, vi è un principio che, secondo me, manca, ossia il diritto che ha ogni bambino a crescere sereno. Non dimentichiamo che un bambino che si trova costretto a dover affrontare e vivere lo sgretolarsi di tutte le sue certezze, il venir meno dell’unità della sua famiglia è già un bambino che soffre, è un bambino smarrito. A mio modestissimo avviso questo disegno di legge contribuisce ulteriormente a disorientare il bambino che sarà costretto a barcamenarsi tra una casa e un’altra, tra una quotidianità e un’altra, tra una mancanza e un’altra.

In secondo luogo, bisognerebbe dare la adeguata attenzione alle implicazioni che il disegno di legge avrebbe sulla figura della donna e madre

Ci sarebbero mille appunti da fare e mille critiche da muovere e, da donna, non posso non considerare tutte le negatività che ha in sé questo disegno di legge ma, tra le tante, quella che vorrei portare alla vostra attenzione – se non altro perché mi balza subito agli occhi in considerazione della mia professione e della mia specializzazione – è una in particolare. 

Spesso, in questa rubrica del venerdì di mamma da legale, tratto temi di discriminazione (velata e non) della donna in ragione della scelta fatta da alcune di diventare mamma

Si tratta di donne che pagano lo scotto di questa decisione “restando indietro” rispetto ad altre donne e, sicuramente, rispetto agli uomini perché ancora oggi la parola maternità fa raggelare i datori di lavoro. Si tratta di donne che, nel migliore dei casi, si trovano a dover chiedere un part-time per poter accudire i propri figli (con conseguente dimezzamento dello stipendio) oppure di donne che, nel peggiore dei casi, perdono il lavoro o donne che subiscono un ridimensionamento di mansioni e, alle volte, di retribuzione. In ogni caso, si tratta di donne che, nella stragrande maggioranza dei casi, fanno i conti con ristrettezze economiche. Tanto detto, veniamo al dunque. Abbiamo visto che, come da disegno di legge, i genitori dovrebbero contribuire direttamente al mantenimento del/i bambino/i in maniera proporzionale al tempo di permanenza presso di sé, garantendo al minore lo stesso tenore di vita che aveva quando ancora la famiglia era unita. 

“Traduciamo” questa frase e semplifichiamola. Ogni genitore pagherà in toto qualsiasi spesa relativa al minore, per il suo mantenimento, durante il periodo di permanenza del bambino presso la propria dimora, quindi, in soldoni, il coinvolgimento economico di un genitore sarà più oneroso più sarà il tempo che il figlio trascorrerà con lui. Ora, considerate queste premesse, è chiaro che una mamma farà più fatica a sostenere da sola, per il periodo di competenza, le spese di mantenimento e a garantire al/ai minore/i lo stesso tenore di vita che aveva pre-separazione.

A ciò aggiungasi anche la “questione” della casa familiare. Oggi la legge prevede che il minore viva nella casa familiare (ovverossia quella nella quale ha sempre condotto la sua vita) e che, in caso di affido condiviso, tale casa venga assegnata al genitore presso il quale il minore viene “collocato prevalentemente”. Pertanto qualora la casa familiare fosse di proprietà dei genitori (o anche di uno di essi e, quindi, anche qualora fosse dell’altro genitore), il genitore che accudirà prevalentemente il minore avrà diritto a restare presso la casa familiare (senza quindi oneri di spesa). Il disegno di legge, invece, introdurrebbe modifiche significative a tali disposizioni nella misura in cui prevede che “non può continuare a risedere nella casa familiare il genitore che non ne sia proprietario o titolare di specifico diritto di usufrutto, uso, abitazione, comodato o locazione”. Quindi, il genitore non proprietario dell’immobile deve “cedere il passo” a quello proprietario e, pertanto, deve abbandonare la casa familiare. Vi è tuttavia una deroga a tale disposizione, ovverossia, il genitore non proprietario potrà continuare a vivere nella casa familiare solo qualora, ad esempio, versi all’ex coniuge/proprietario un canone di locazione “sulla base dei correnti prezzi di mercato”. 

Date queste premesse, a mio avviso, il disegno di legge pretenderebbe, quindi, un’equiparazione forzata tra genitori, in nome di falsi principi egualitari. Chi ha redatto questo disegno di legge ignora – probabilmente – il gap (inteso come gap salariale e occupazionale) esistente tra uomo e donna ed ignora le reali condizioni di squilibrio di genere che esistono tra i genitori. Qualora il disegno di legge Pillon diventasse legge, si correrebbe il rischio di mettere la donna di fronte a innumerevoli difficoltà circa la gestione del mantenimento del proprio figlio minore, a tal punto, nei casi estremi, da farle correre il rischio che un giudice possa mettere in discussione l’affidamento stesso. 

Alla prossima, amiche!

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