Qualche giorno fa, dopo aver saputo che nella mia città si è tenuto un concerto di una band della quale ero fan sfegatata da adolescente, ho sentito il richiamo al passato e ho fatto partire la playlist: anche se non sono stata in prima fila per far rivivere la Oriana quindicenne, mi sono detta, posso farla rivivere per un attimo tra le mura di casa tra un castello di costruzioni e una gara tra paperini a molla con Carlo.

Non pensavo, ma l’impatto è stato forte, mi sono tornati alla mente ricordi, seppur confusi ma più che altro sono riaffiorate emozioni. E dopo un primo momento di gioia ed euforia (tipico del periodo adolescenziale) sono stata attraversata da una cascata di emozioni contrastanti (altrettanto tipico del periodo adolescenziale).

Sono ripiombata per un attimo nella mia adolescenza e mi è tornato in bocca il sapore di tutti i turbamenti che affliggono quell’età. Mi è tornato in mente il senso di disagio verso il mondo circostante, l’impotenza di poter cambiare ciò che ruota intorno, l’impossibilità di poter far sentire la mia voce, la tristezza che si manifestava attraverso il pianto. Quando affronto l’argomento “scuola” con chicchessia noto sempre che molti ricordano la scuola con nostalgia, io dico sempre che non tornerei a quell’età neanche per tutto l’oro del mondo.

Ho immaginato mio figlio adolescente e mi si è stretto il cuore, farei di tutto per evitargli i dolori, per risparmiargli soprusi, per evitare che sia vittima di violenze di qualsiasi natura e dall’altra parte farei di tutto per evitare che sia proprio mio figlio ad essere il carnefice. Perché, forse, ogni genitore teme che il proprio figlio possa essere solo una vittima del bullismo e, forse, in pochi si chiedono cosa fare qualora scoprissero che quell’amabile ragazzino che trotterella per casa, in realtà, è un bullo, è “il cattivo”.

Forse, pochi – spero di sbagliarmi però – si chiedono cosa fare per prevenire questi tristi fenomeni, per insegnare al proprio figlio concetti importanti come il rispetto delle persone e della libertà altrui, la gestione della rabbia in situazioni di stress, la gestione della gelosia e la gestione di quel famoso ‘senso del possesso’, il valore del consenso in un rapporto fisico soprattutto nel caso di figli maschi.

Spesso mi chiedo quale sia il percorso più corretto per insegnare a Carlo il rispetto (a tutto tondo) di amici e soprattutto delle donne che incontrerà nella sua vita. Poco dopo arriva una telefonata, un invito a partecipare ad un incontro di sensibilizzazione contro la violenza: mi avranno letto nel pensiero!

Felice di poter ascoltare e parlare di un tema così importante, accetto l’invito di Cofidis, società finanziaria leader nel settore del credito al consumo e delle facilitazioni di pagamento, sponsor di Rete Con-Tatto – una rete di differenti operatori con sede a Crema che mira ad intercettare la violenza sulle donne e ad intervenire con l’ausilio di svariate e molteplici figure professionali – e della squadra di Pallacanestro di Crema, da sempre impegnata nella sensibilizzazione contro la violenza sulle donne.

Vengo accolta in una elegante sala meeting, sono presenti molti dipendenti interni all’azienda Cofidis e molti sono ospiti esterni. Ci sono pochi uomini presenti all’appello ma quelli che sono presenti, scopriremo, durante l’evento, sono molto partecipi. Dopo una breve presentazione dell’azienda che, scopro, essere da anni impegnata a dare un sostegno concreto e significativo alle associazioni e alle realtà che hanno come scopo quello di difendere le donne dalla violenza, iniziamo un “viaggio interiore” con Daniela Venturini di Rete Con-Tatto.

Daniela inizia con il porci delle domande che potrebbero sembrare ovvie e scontate “cos’è la violenza fisica?”, “cos’è la violenza psicologica?” ma già dopo pochi minuti si inizia a percepire come dietro il termine ‘violenza’ ci sono milioni di sfaccettature, alle volte, talmente sottili da sembrare impercettibili.

Le sfaccettature della violenza

Il concetto della violenza fisica va, tra le tante, dall’uso di armi da fuoco o da taglio al privare di cure mediche un individuo. Il concetto di violenza sessuale va, tra le tante, dalla costrizione ad avere rapporti sessuali, all’impedire l’uso di contraccettivi per la protezione di malattie sessualmente trasmissibili e/o gravidanze indesiderate e/o, ancora ad aborti forzati. Il concetto di violenza psicologica va, tra le tante, dall’insulto, all’isolamento della vittima, alle minacce ripetute di abbandono.

Il concetto di violenza economica va, tra le tante, dalla limitazione/negazione all’accesso alle finanze familiari, al tenere all’oscuro la vittima della situazione patrimoniale familiare, all’attuazione di ogni forma di tutela giuridica ad esclusivo vantaggio del maltrattante (per esempio l’intestazione di immobili). Grazie a Cofidis e a Daniela di Rete Con-Tatto ho dato un nome ad una tipologia di violenza meno “diretta” e che balza all’attenzione in maniera meno immediata rispetto a quelle che vi ho elencate sopra: si tratta della violenza assistita, ossia la violenza subita dai figli o da altri famigliari minorenni che sono testimoni di violenza perpetrata da un familiare su di un altro. Tale forma di violenza può essere subita da un bambino che ne fa esperienza in via diretta – perché vi assiste – oppure in via indiretta – perché ne è a conoscenza-. Durante l’incontro si è parlato di quello che tristemente definisco il “reato dei giorni d’oggi”: lo stalking, delle sue manifestazioni, del fatto che i comportamenti dello stalker sono subdoli, volti a molestare, mettere in stato di soggezione la propria vittima al fine di farla sentire braccata, perseguitata, non libera al punto di generare in quest’ultima ansia e paura per la propria incolumità e al punto da indurla a modificare le proprie abitudini (articolo 612 bis, introdotto nel codice penale nel 2009). Iniziano le domande ed arriva una delle domande che penso sia più frequenti quando si parla di violenza subita da una donna. Un partecipante chiede perché una donna che è vittima di violenza non decide di “fuggire”, di “prendere provvedimenti” o comunque di fare qualcosa per modificare e/o uscire dalla situazione di maltrattamento nel quale si trova.

La risposta, per quanto possa o non possa sembrare evidente, c’è. Prima di tutto la vittima deve saper riconoscere gli atti di violenza e deve rappresentarli come tali. Inoltre, il più delle volte a. maltrattante e maltrattato sono legati a un forte legame di affetto; b. riconoscere la violenza equivarrebbe ad ammettere il fallimento del proprio progetto di vita (ognuno di noi ha un progetto di vita e alcuni di noi hanno, tra i tanti obiettivi, la concretizzazione di una vita familiare, ammettere la violenza e, quindi, ammettere l’assenza del rispetto della propria persona significherebbe ammettere l’impossibilità di mantenere in vita il rapporto affettivo, quindi il progetto di vita); c. la donna ha paura delle conseguenze per sé e per i propri figli. Il primo episodio di violenza arriva come un lampo a ciel sereno, è inaspettato e da quel momento, con ogni probabilità, la violenza si ripresenterà dopo un periodo di calma, perché la violenza ha carattere ciclico.

La violenza ha carattere ciclico

Solitamente il ciclo che segue è caratterizzato da tre momenti:

  1. Dapprima vi è un accumulo di tensione da parte del maltrattante durante il quale quest’ultimo perpetua a danno del maltrattato aggressioni verbali, psicologiche e atteggiamenti di controllo. Durante questo momento di ira la donna cerca di calmare il partner e tende a non reagire. Proprio questo comportamento “remissivo” della donna induce il maltrattante nella convinzione che la violenza è una forma efficace per imporre la propria supremazia;
  2. Successivamente vi è il momento dell’esplosione nel quale si arriva al vero e proprio maltrattamento fisico/sessuale/psicologico grave con assenza di controllo negli atti e ai danni della vittima;
  3. Infine vi è il momento della riconciliazione o “luna di miele” caratterizzato dalla richiesta di perdono e dalla promessa da parte del maltrattante che tali comportamenti iracondi non si ripeteranno.

Lo schema è quasi sempre lo stesso. Daniela di Contatto ci ha confermato, in base alla sua esperienza e a quella delle professioniste con le quali lavora, che è difficile che un uomo commetta un omicidio a seguito di un solo scatto d’ira giacché si arriva al tragico epilogo solo dopo reiterati episodi di violenza, episodi nei quali le vittime sono quasi sempre solo donne.

Una volta noi donne venivamo identificate come “il sesso debole” (ma forse, accade ancora oggi al bancone dei bar o durante le partite di calcetto). Di sicuro, oggi, buona parte di coloro con i quali vi troverete a chiacchierare vi dirà che non è più possibile, nel 2019, fare ancora questi commenti “sessisti” e discriminatori. Le stesse persone, però, magari si faranno scappare che le “donne al volante sono un pericolo costante”. Le donne, ancora oggi, scontano un gap imposto dalla società e da un retaggio culturale che ci portiamo dietro. Difatti i dati parlano chiaro:

  • solo il 22% dei manager in Italia sono donne;
  • il 43,6% delle donne ha subito una molestia;
  • l’8,9 % di quel 43,6 %, di cui sopra, ha subito una molestia sul lavoro;
  • l’8,7% delle donne ha firmato una lettera di dimissioni in bianco perché incinta;
  • il 67,3% del carico della gestione domestica familiare è a carico della donna;

Questi sono solo alcuni dei grandi numeri ma pensiamo a quante donne – soprattutto appartenenti ad una determinata fascia di età – riceve la fatidica domanda durante un colloquio di lavoro “vuoi sposarti?” oppure “tra le tue aspirazioni di vita c’è quella di mettere su una famiglia?”, oppure pensiamo a quante donne si sentono o meno sicure nel tornare di notte da sole a casa.

Per il World Economic Forum ci vorranno 100 anni almeno prima che le donne raggiungano la parità di genere.

Un breve excursus giuridico sull’evoluzione della tutela della donna

È chiaro che a sostegno di questi dati vi è un retaggio culturale maschilista, retaggio che, fino a pochi anni fa, troviamo ben presente anche nella legislazione italiana. Pensiamo che:

  • Nel 1945 (70 anni fa circa) viene approvato il suffragio universale.
  • Solo nel 1956 (solo 60 anni fa circa) la Corte di Cassazione fa decadere l’art. 571 (ius corrigendi): il marito perde il potere educativo e correttivo del pater familiasche comprendeva anche la coazione fisica.
  • Solo tra il 1968 e il 1969 (solo 50 anni fa) la Corte Costituzionale (con le sentenze nn. 126 del 19 dicembre 1968 e n. 147 del 3 dicembre 1969) ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’articolo 559 del codice penale che puniva unicamente l’adulterio della moglie (il vecchio articolo 559 c.p. riportava il seguente testo “La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. Con la stessa pena è punito il correo dell’adultera. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina. Il delitto è punibile a querela del marito”).
  • Solo nel 1975 (solo 44 anni fa) il legislatore ha riformato la disciplina del diritto di famiglia italiano, in particolare, tra le novità introdotte vi erano:
  1. l’eliminazione della patria potestà, ovverossia la potestà esercitata solo dal marito e l’introduzione della potestà genitoriale, condivisa dai coniugi (dal 2013 chiamata responsabilità genitoriale);
  2. l’introduzione dell’eguaglianza tra coniugi (si passa dalla potestà maritale all’eguaglianza fra coniugi);
  3. l’introduzione del regime patrimoniale della famiglia (separazione dei beni o comunione legale/convenzionale);
  4. la revisione delle norme sulla separazione personale dei coniugi (dalla separazione per colpa alla separazione per intollerabilità della prosecuzione della convivenza).
  • Solo nel 1981 (solo 38 anni fa) viene abrogato l’articolo 587 del codice penale che attenuava le pene dei delitti (di omicidio e di lesioni) commessi per salvaguardare l’onore proprio e della propria famiglia. In particolare l’articolo 587 c.p. così come era formulato prevedeva che “ Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella [c.p. 540] , nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella (…)”. Prima il delitto d’onore era una forma di attenuante del reato di omicidio.
  • Solo nel 1996 (solo 23 anni fa), con l’approvazione della legge.n. 66/1996, il reato di violenza sessuale viene qualificato come delitto contro la persona e non più come reato contro la moralità pubblica e il buon costume;
  • Solo nel 2009 (solo 10 anni fa) viene introdotto il reato di stalking;
  • Solo nel 2013 viene ratificata in Italia la Convenzione di Istanbul con la quale vengono introdotti dei concetti estremamente importanti, tra i quali quello della:
  1. violenza nei confronti delle donne nella quale rientrano tutti gli atti di violenza compiuti sulle donne in grado di provocare danni sul piano psicologico, fisico, economico e/o sessuale;
  2. violenza domestica intesi come tutti gli atti di violenza fisica, economica, psicologica e/o sessuale commessi da un componente del nucleo familiare o da precedenti coniugi o partner indipendentemente dal fatto che coabitino o abbiano coabitato con la vittima;
  3. violenza di genere intesa come quella violenza posta in essere in ragione del ruolo, del comportamento, delle attività o degli attributi socialmente costruiti che la società considera appropriati per donne o per uomini;
  4. violenza sulle donne basata sul genere intesa come la violenza diretta contro una donna in quanto tale o comunque un comportamento che colpisce le donne in modo sproporzionato.
  • Solo nel 2013, a seguito della ratifica della Convenzione di Istanbul, con la legge n. 119/2013 nel nostro ordinamento vengono introdotte importanti novità per rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale ai fenomeni di violenza/maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e ai fenomeni persecutori. Viene introdotto, quindi, per la prima volta il reato del femminicidio. Tra le novità introdotte, ad esempio è stato previsto un inasprimento della pena quando:
  1. il delitto di maltrattamenti in famiglia è perpetrato in presenza di minore degli anni diciotto;
  2. il delitto di violenza sessuale è consumato ai danni di donne in stato di gravidanza;
  3. il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o dal partner.

Per quanto riguarda lo stalking, tra le tante novità introdotte, ricordiamo che viene prevista l’irrevocabilità della querela per il delitto di atti persecutori nei casi di gravi minacce ripetute (ad esempio con armi).

Sono previste poi una serie di norme riguardanti i maltrattamenti in famiglia, tra le quali, ad esempio:

  1. viene assicurata una costante informazione alle parti offese in ordine allo svolgimento dei relativi procedimenti penali;
  2. viene estesa la possibilità di acquisire testimonianze con modalità protette allorquando la vittima sia una persona minorenne o maggiorenne che versa in uno stato di particolare vulnerabilità.
  • Riforma dell’ultima ora è quella relativa all’approvazione da parte della Camera dei Deputati – avvenuta il 2 aprile 2019 – dell’emendamento che introdurrebbe nel nostro codice penale, con l’articolo 612 ter, il reato del cosiddetto revenge porn, ovverosia la pratica che si sta diffondendo negli ultimi tempi di diffondere – spesso via internet – materiale pornografico ad insaputa della vittima: una vera e propria violenza sul web, anche in questo caso, il più delle volte consumata ai danni di donne.

Cosa mi lascia questo incontro? La consapevolezza che è necessario vivere nel ed insegnare il rispetto della persona, la voglia di praticare la gentilezza, la necessità di condividere e di parlare di tematiche “scomode”, alle volte dolorose perché è anche il dialogo e il confronto che permettono la sensibilizzazione, la presa di coscienza circa il fatto che le discriminazioni, le prevaricazioni, i maltrattamenti e la violenza ai danni delle donne esistono e non sono fenomeni, poi, così sporadici o lontani da noi.

Ringrazio Cofidis per avermi permesso di partecipare a questa giornata di dialogo e per sostenere ed affiancare la squadra di Pallacanestro di Crema  -che si veste “in rosa” con le loro maglie antiviolenza – e soprattutto Rete Con-Tatto in questa battaglia alla sensibilizzazione sulla tematica e al sostegno a tutto tondo delle vittime della violenza.

Ognuno di noi, in piccolo, può fare qualcosa, ognuno di noi può far comprendere quanto i comportamenti violenti siano sbagliati. Ogni genitore ha l’obbligo morale di insegnare al proprio figlio il rispetto dell’altro e di sé stesso perché è tremendamente vero che i giovani di oggi saranno gli adulti di domani e che il cambiamento parte dalle piccole e concrete situazioni di vita quotidiana.

Oggi guardo mio figlio e spero di essere all’altezza del compito di essere madre di un futuro uomo.

Oggi guardo mio marito e so che – se è vero che i figli si modellano “a immagine e somiglianza” dei genitori – a mio figlio sarà sufficiente osservarlo per essere un uomo rispettoso.

E dato che spesso cogliere l’attimo per parlare di argomenti delicati è difficile nel quotidiano, da oggi anche sul braccio di un uomo, e nello specifico di mio marito ci sarà un messaggio che spiccherà chiaro e deciso: #noviolenzacontroledonne.

Oriana Santarcangelo
Oriana Santarcangelo

Riflessiva e chiacchierona cerco di approcciarmi alla vita con lo stupore e la gioia di un bambino. Partita da una terra lontana, sono approdata a Milano per gli studi universitari ed è lì che, poi, sono diventata avvocato. Galeotto fu il codice ed è in uno studio legale che ho conosciuto mio marito. Anche lui avvocato del lavoro. Diversamente da quanto si potrebbe credere, due avvocati possono vivere sotto lo stesso tetto in armonia ed è così che abbiamo deciso di crederci e di creare la nostra famiglia. Sono mamma di Carlo, classe 2018, immatricolato a giugno.

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