Mi sembra ormai un tempo lontanissimo quello in cui per la prima volta varcai il cancello del mio asilo nido. É un nido comunale, l’unico del mio piccolo paese di provincia. Ci lavorò, ormai decenni fa, la mamma di un amico di famiglia, ormai anche lui padre.

Per la prima bimba non ricordo nemmeno se avevo ancora i miei ricci, quelli che poi piano piano sono spariti del tutto dopo ogni gravidanza, o già la frangetta.

Ricordo però, che ero una mamma giovane, inesperta,  e che su tante cose ero un pò incosciente e inconsapevole. E ricordo che ogni volta che pensavo di chiudermi quel cancello alle spalle per l’ultima volta, con le lacrime che mi rigavano le guance, per la gratitudine e la commozione, un piccolo fagiolino cominciava a farsi spazio nella mia pancia. Ed era ora di ricominciare daccapo.

LEGGI ANCHE: Nonni, tata o asilo nido?

Così è successo che ho imparato tante cose, forse persino di più di quante ne abbiano imparate i miei bambini; così è anche successo che insieme a loro sono diventata grande anch’io.

Eccole qui, le cose più preziose che ho scoperto,  andando al nido con i miei bambini.

– Af- fidarsi è tutto.

Matilde, la mia primogenita, oggi quasi signorina decennale come il mio matrimonio, ha iniziato a frequentare il nido a 6 mesi. Due mesi sono stati di inserimento, per me, ovviamente. Perché lei, così piccina, dopo una decina di giorni se la sarebbe potuta cavare benissimo anche senza di me. Ma a me non l’aveva spiegato nessuno che dopo che i figli escono dalle nostre viscere, poi piano piano si possono lasciare andare, verso un’autonomia che li farà essere uomini e donne, felici. Io pensavo di essere un canguro, e pensavo che fino a quindici, massimo sedici anni i figli facessero meglio stare nel marsupio, con me.

Per fortuna che le maestre del nido hanno tutte ben pensato di non dirmi nulla. L’avessero fatto non avrei potuto crederci. Hanno aspettato che potessi vedere da me. Si sono messe nei miei panni, mi hanno offerto per tante mattine un buon caffè, mi hanno fatto scegliere e colorare il contrassegno per la mia bambina, mi hanno fatto scoprire i suoi nuovi giochi, mi hanno fatto preparare il latte e il lettino per la nanna. Tutte le mattine, per quasi due mesi, io indossavo la tuta, un bel paio di calze anti scivolo e accompagnavo la mia bimba al nido. La accompagnavo nel senso che ci andavo con lei. Ho condiviso con lei la routine giornaliera, ho imparato i volti di quel luogo e persino gli odori. E quel luogo è diventato nostro. Io ho imparato che potevo fidarmi, lei lo ha imparato con me. Così quando con il cuore in gola per il distacco, ed anche la voglia di ripartire, ho ricominciato a lavorare, io sapevo a chi stavo lasciando la mia bambina. “Cosa vuol dire addomesticare?” “Vuol dire creare dei legami”.La meravigliosa poesia del piccolo principe riecheggia che per entrare in rapporto occorrono appuntamenti, riti, tempo condiviso. Tutte cose che non si possono improvvisare. Il tempo dell’inserimento è un tempo preziosissimo, indispensabile e necessario ai bimbi e ai genitori. Perché la fiducia nel patto educativo è tutto, davvero. Lasciamo ad un altro chi amiamo di più al mondo.

– L’imprevisto è dietro l’angolo, procuratevi un piano b!

Pietro, secondogenito di madre fiduciosa, di soli quindici mesi più piccolo della prima figlia, è partito alla grande ed è finito che al nido non ci è più potuto andare. Perché ognuno è unico. E non tutti siamo uguali. Lui soffriva di dermatite atopica che poi si è trasformata in broncospasmo. Bambino allergico, come il suo papà, quando ha smesso il latte materno e ha cominciato il nido ha iniziato ad avere un malanno dopo l’altro. Tra cui, soprattutto, l’odiato broncospasmo. Dopo vari tentativi è stato impossibile pensare di continuare a mandarlo al nido. Avrebbe significato esporlo al rischio di ricoveri continui e di rischi per la salute. Persino il pediatra espresse il suo parere. Non sapevamo che pesci prendere. I nonni lavoravano ancora. E non avevamo pensato a un piano b. Abbiamo alla fine trovato una tata, anzi due,  che si davano una mano. Abbiamo perso il treno del nido, ma abbiamo imparato che un piano b è sempre da preventivare, per non trovarsi a perdere capre e cavoli.  Oggi lo cercherei prima, per non trovarmi a non poterlo fronteggiare poi.

– Ad ognuno il suo tempo.

Matilde ha frequentato il nido per tre anni interi. Pietro per qualche mese. Maria per tre anni e mezzo. Lei è nata marzolina. Piccolina e birichina. È nata in un tempo in cui sulla nostra famiglia ha soffiato un vento gelido, e in un tempo in cui mamma e papà hanno dovuto affrontare un inverno che pareva non finire mai. E mamma e papà l’hanno lasciata un pochino di più in un posto sicuro, dove la sapevano accudita come a casa. Adele è la più delicata e al nido non ci è ancora mai stata.  E così, tirando le fila, potrei dire che oltre ad aver imparato che ogni figlio è un universo a sé, da esplorare e da guardare, ho anche imparato che il tempo, il tempo della dimensione affettiva è personale, soggettivo e intimo. Ognuno ha il suo itinerario, soprattutto nei primissimi anni di vita. Il tempo della condivisione e della socializzazione comincia in genere intorno ai tre anni di vita. In questi primi tre anni i bimbi hanno bisogno di un “nido”, appunto. Di affetti solidi e certi, di abitudini, di riti e momenti che si ripetono sempre uguali. Alle volte il nido è la soluzione migliore, alle volte l’unica possibile, altre volte invece è proprio quella meno adatta. A ciascuno il suo, per voi e per loro abbiate il coraggio di scegliere!

– I bambini non si crescono da soli.

Infine, la cosa più importante. Io non sapevo fidarmi a dare il pane secco da succhiare ai miei bebè, non mi decidevo mai a togliere il pannolino, non ero a conoscenza dell’esistenza del cestino dei tesori, non avevo mai dato le briciole agli uccellini insieme a loro. Sono inesperta, talvolta fragile, talvolta rigida, talvolta miope. Spesso severa o troppo permissiva. Ciascuna maestra mia ha fatto fare un pezzetto di strada insieme ai miei bambini. Perché, si sa, i bambini non si possono crescere da soli. La mamma e il papà hanno bisogno di amici, dei nonni, delle tate e delle maestre, insomma di un’intera comunità per affrontare il compito più bello e più impegnativo che c’è: essere genitori. E questo è di certo l’insegnamento più grande che ho custodito nel cuore accompagnando i miei figli al nido.

Tag:, , , ,