Mamma e libero-professionista. Quali tutele abbiamo?

4 Gennaio 2019Oriana Santarcangelo

La domanda: una mia amica è architetto; lavora a partita IVA presso uno studio. È la classica “finta” libera professionista che stacca esattamente dodici fatture all’anno come se fossero buste paga emesse per un dipendente. Non ho le capacità per comprendere a livello tecnico in cosa consista il suo lavoro, ma so che è nata con una matita fra le mani e che ha alle spalle un percorso universitario sudato e strabiliante e tante esperienze all’estero.

Viveva nel mito di un affermato urbanista, tanto bravo quanto affascinante ed alla fine, dopo un doppio colloquio, ha ottenuto di entrare a fare parte del suo studio. Il titolare dello studio è una vera archistar che a livello tecnico fa sentire la sua presenza, controllando in modo attento il lavoro dei giovani discepoli, fra i quali, appunto, figura la mia amica.

La mia amica ha da poco avuto un bambino ed è tornata eroicamente alla scrivania cinque mesi dopo il parto puntando tutto sull’aiuto della madre. Al suo ritorno in studio, il titolare ha comunicato l’intenzione di ridurre unilateralmente la parte fissa del compenso. La motivazione è che una archi-mamma non può viaggiare (lo studio segue un cantiere in Giappone) e, soprattutto, non può trascorrere la notte in studio abbracciata ad AutoCAD. Fra le lacrime la mia amica si è rivolta a me perché le consigliassi cosa fare in questa situazione.      

La mia risposta: La mia amica è una lavoratrice autonoma. A differenza dei lavoratori subordinati, gli autonomi non sono destinatari della miriade di regole e garanzie che valgono per il lavoro dipendente. Per loro valgono poche e semplici regole, quasi tutte contenute nel codice civile.  In tale quadro, s’è innestata la Legge 81/2017 che, l’anno scorso, ha dettato alcune regole in più in tema di protezione in dei lavoratori autonomi (tra cui le persone fisiche ed i liberi professionisti).

La legge non ha fatto miracoli ed il lavoro dipendente resta cosa ben diversa, ma è ovvio che si registra una crescita delle tutele in un ambito che prima non ne prevedeva. Prima di tutto la legge prevede il diritto per le lavoratrici madri ad ottenere la conservazione del rapporto di lavoro (seppur con la sospensione del corrispettivo) per un periodo non superiore a 150 giorni. Il Legislatore ha, quindi, previsto una vera e propria sospensione dal rapporto di lavoro.

In più le lavoratrici autonome madri potranno individuare ed indicare – previo consenso del committente – al committente stesso i nominativi di possibili sostitute/i per il periodo di sospensione dal lavoro. Partiamo da un primo fondamentale presupposto: in base alla legge, i lavoratori autonomi hanno il diritto di avere un contratto di collaborazione in forma scritta.

La nostra archi-mamma ha, quindi, un primo diritto: quello al contratto. Per iscritto. Il secondo baluardo, ancora più importante per la mia amica è quello che la mette al riparo dalle modifiche unilaterali del contratto. Sono, infatti, “abusive” le clausole che attribuiscono al committente il potere di fare “il bello ed il cattivo tempo” e, quindi, per esempio, di modificare a piacimento la paga. Il mio suggerimento era, quindi, di partire “schisci” con una semplice e-mail nella quale esporre le tante perplessità suscitate dalla condotta dell’Archistar, nell’attesa di un riscontro. L’obiettivo era quello di aprire un tavolo di trattative.

Conclusioni Dopo molte esitazioni, nonostante avesse tutto dalla sua per vedersi riconosciuti i suoi diritti,  la mia amica ha accettato la modifica impostale. Conoscendo il suo coraggio, credo che chinare il capo le sia costato moltissimo.  Mi dice di essere uscita dal cerchio magico dell’Archistar (composto ora da soli uomini rigorosamente single) e che “qualcosa si è rotto”.

Nonostante la cocente rinuncia. Credo anche che presto o tardi lascerà lo studio per andare all’estero con il compagno, un ricercatore in biologia. Precario a sua volta.  C’è un qualcosa che nessuna norma riesce a sostituire ed è il coraggio di portare avanti le proprie ragioni. Cosa provi un avvocato in casi di questo genere è difficile a dirsi: di certo, nel mix dei sentimenti, prevale la frustrazione, ma è ovvio che la rinuncia ad agire va compresa. Ciò che resta dell’esperienza e che reputo utile condividere è una cosa molto semplice: il campo del lavoro autonomo non ha perso la sua natura di area di relativa libertà per il committente, ma è evidente che all’arma tradizionale della richiesta di riqualificazione del rapporto si associano ora opportunità diverse che sono connesse all’osservanza del Jobs ActForma scritta, puntualità nei pagamenti, stop alle modifiche unilaterali. Non è tanto, ma non è poco.

Alla prossima amiche.

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