Incinta durante il colloquio di lavoro: la futura mamma ha qualche obbligo informativo?

1 Marzo 2019Oriana Santarcangelo

Sono sul treno, nel passeggino accanto a me ho Carlo che (stranamente) dorme beato e insieme stiamo raggiungendo casa di mia madre, direzione Campania.

Dicono che giunti ai nove mesi i bambini inizino ad avere piena consapevolezza della propria indipendenza e della loro individualità: ai nove mesi inizia quel periodo che – nonostante materialmente si potrebbe pensare sia avvenuto con il taglio del cordone ombelicale -, di fatto, porta al distacco tra mamma e figlio. 

Con il raggiungimento dei nove mesi si arriva al termine del periodo della cosiddetta esogestazione, quel (bellissimo) periodo in cui mamma e figlio vivono ancora in pseudo simbiosi, in cui imparano a conoscersi e a riconoscersi, in cui la mamma accompagna il proprio piccolo a compiere quei piccoli, grandi passi verso la “prima” consapevolezza di sé stesso.

Spesso gli esperti associano l’arrivo di questo periodo con il periodo in cui i lattanti potrebbero essere più turbolenti e in cui, proprio la consapevolezza di questo distacco, li porta ad avere anche sonni più incerti e più altalenanti. Carlo è all’alba dei nove mesi, stiamo per compiere il nostro periodo di esogestazione e, nonostante Carlo mi faccia capire in mille modi che la sua “dipendenza” da me sia ancora molto forte, vedo in ogni suo minimo progresso il concretizzarsi di quella spinta indipendentista che lo porterà a staccarsi del tutto da me (com’è normale che sia, ci mancherebbe, ma una mamma chioccia non può non dare peso a tutto ciò!).

Ligabue ha lasciato cantare ad Elisa una poesia che mi emoziona ogni volta che la ascolto: “A modo tuo” è una dichiarazione d’amore vera in ogni sua virgola. Come da manuale, anche Carlo che ha sempre avuto un rapporto pessimo con il sonno, da due mesi a questa parte ha iniziato ad avere sempre più difficoltà nell’addormentamento e nel dormire. E così, dopo due settimane di notti insonni (nel vero senso della parola, non scherzo) ho alzato bandiera bianca e sto andando dalla mamma (restiamo sempre tutti figli eh, anche da genitori) per un po’ di conforto e di aiuto! 

E proprio qui, sul treno poco fa Carlo è stato dolcemente intrattenuto da una passeggera al collo della quale ho subito notato esserci la collana cosiddetta “chiama angeli” che solitamente è il primo regalo che si fa alle future mamme in attesa.

Dopo qualche chiacchiera la futura mamma mi confida di essere al terzo mese di gravidanza e che sta tornando da Milano a Bologna, sua residenza, dopo aver sostenuto un colloquio di lavoro in una azienda che le offrirebbe un posto di lavoro come responsabile delle risorse umane con contratto a tempo determinato. La futura mamma on the road mi chiede informazioni sul mio lavoro e dopo qualche reticenza mi riferisce un dubbio legale che la sta attanagliando da prima di sostenere il colloquio e che ora, a cose fatte, la sta logorando.

La domandala futura mamma on the road vuole sapere se aveva l’obbligo di dichiarare al manager con cui ha parlato durante il colloquio di lavoro di essere in dolce attesa, considerato il dichiarato interesse, da parte dell’azienda, a lei e alla sua figura e se, una volta assunta e una volta scoperto il suo stato gestazionale, l’azienda potrebbe licenziarla per non aver informato, chi di competenza, del suo stato.

La mia risposta: La questione non è di semplice approccio dal momento che coinvolge un interesse duplice: da una parte, quello della donna/madre a concorrere al posto di lavoro al pari degli altri candidati, quindi a non essere discriminata per il sol fatto di essere incinta, e, dall’altra parte, quello dell’azienda ad avere le informazioni necessarie per instaurare un nuovo rapporto di lavoro.

Tale argomento è stato oggetto di ampio dibattito soprattutto in giurisprudenza a tal punto che è stata proprio la Corte di Cassazione a pronunciarsi definitivamente sul tema. Proprio la Suprema Corte, infatti, ha stabilito il principio generale per cui la condotta della lavoratrice gestante o puerpera che – al momento dell’assunzione al lavoro con contratto a tempo determinato – nonha nessun obbligo di informare l’azienda del suo stato gestazionale. Difatti, non vi è alcuna norma che imponga alla lavoratrice gestante di far conoscere al datore di lavoro il proprio stato di gravidanza prima dell’assunzione. Di conseguenza, nel momento in cui il datore di lavoro verrà a conoscenza della gravidanza della lavoratrice neo assunta, non potrà, in alcun caso, licenziarla individuando nello stato di gravidanza una giusta causa di recesso dal rapporto lavorativo. 

In altri termini, nessuna “colpa grave” potrà essere addebitata alla lavoratrice tale da giustificarela cessazione del rapporto di lavoro appena costituitosi. Tutto ciò considerando, peraltro, che, qualora – per assurdo – venisse formalizzato l’obbligo alla lavoratrice madre di comunicare il proprio stato di gravidanza all’azienda in sede di colloquio di assunzione, si finirebbe per rendere inefficace la tutela che la legge prevede ed ostacolerebbe la piena attuazione del principio di parità di trattamento, garantito costituzionalmente e riaffermato anche dalla normativa comunitaria (direttive Cee n. 76/207 e 92/85).

Conclusioni: la futura mamma on the road non dovrà preoccuparsi circa il fatto di non aver comunicato all’azienda – durante il colloquio appena sostenuto – la sua gravidanza; la mia compagna di viaggio non ha commesso alcun “errore legale” giacché non è previsto alcun “obbligo di verità” a riguardo e non dovrà neanche temere la possibilità che, una volta assunta, possa esserle intimato il licenziamento dal momento che, in quanto madre, gode di tutte le tutele che la legge prevede per le lavoratrici madri e che abbiamo analizzato due venerdì fa. Del resto, indipendentemente dal diritto della futura mamma di tacere sul proprio stato interessante, vale considerare che, d’altro canto, al datore non è neppure dato indagare. In proposito, soccorrono due norme: in primo luogo, il vecchio intramontabile Statuto dei Lavoratori che all’art. 8 non vieta solo l’indagine sulle opinioni del lavoratore, ma anche quelle aventi a oggetto tutti i “fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”; in secondo luogo, la più recente Legge Biagi che all’art. 10 pone a carico delle agenzie e soggetti assimilati il divieto di indagine e preselezione in base (fra le altre cose) allo stato di gravidanza. Più chiaro di così?  

Immagino che alcuni di voi non approveranno la decisione della futura mamma on the road contestandole la mancanza di sincerità (purtroppo sono discorsi che ho sentito fare da molti in altri contesti e durante vecchie conversazioni) nei confronti del suo(altamente probabile) futuro datore di lavoro ma, credetemi, le donne, le mamme non hanno vita facile dal momento che sono una categoria che paga troppo spesso il peso della decisione di voler mettere al mondo un figlio, perciò capisco la scelta della mamma on the road: essere incinta non vuol dire essere incompatibile con il lavoro e altrettanto non lo si sarà neanche da mamma.

Alla prossima amiche!

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